Cammino di conversione

 

Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”.

Salmo 120 (121)


 

I

Sono cresciuta in una famiglia atea: i miei nonni erano ingegneri sovietici, i miei genitori si sono laureati in fisica teoretica – si sono anche conosciuti alla facoltà di fisica dell’Università statale di Lomonossov, che finora rimane la migliore università scientifica di Russia. Nella nostra casa non c’era nessuna immagine religiosa, né una icona, né un crocifisso sul muro, – nemmeno come un oggetto d’arte. Dei credenti o si pensava come delle persone con uno squilibrio mentale, oppure non se ne pensava per niente.

Nonna Tamara, madre di mio padre, viveva con noi quando ero piccola. Era una donna sovietica del carattere molto forte, una comunista convinta, con forti valori morali allevati sul suolo dell’ideologia marxista-leninista. Era, ovviamente, atea. Mi ripeteva sempre che non vi era mai stata un’epoca migliore di quella sovietica, ed io, pur nata già nel 1994, nella Federazione Russa e non nell’USSR, assorbivo come una spugna questa nostalgia patriottica per lo stato che non esisteva più. Nonna Tamara mi dava sempre da leggere i libri che formavano una famosa serie sovietica denominata “Biblioteca dei pionieri”: erano libri per bambini e ragazzi, scritti e pubblicati sotto stretta sorveglianza del partito comunista con l’unico scopo di educare bambini ed adolescenti al patriottismo dovuto a ogni cittadino sovietico. Li leggevo sempre con un grande piacere: la trama era sempre avvincente, i personaggi erano miei coetanei dell’epoca della Rivoluzione d’ottobre oppure della Seconda Guerra mondiale; nonostante tutte le vicissitudini, le mene e la viltà dei traditori tutti quei personaggi dimostravano sempre un’esemplare audacia, onestà e generosità. Non ci sarebbe niente da rimproverare, se non ci fosse in ogni romanzo del genere una forte propaganda comunista di stato piena di grande menzogna. In particolare mi ricordo uno di quei romanzi: in breve, un pioniere, un ragazzo onesto e bravo, che subito destava molta simpatia nei lettori, cercava di rimettere sulla giusta via un altro ragazzo, un personaggio che dal primo sguardo sembrava molto antipatico. Poi si arrivava a sapere che quel secondo ragazzo era in realtà molto infelice, perché sua madre, moglie di un esiliato politico, gli vietava di diventare pioniere e, di più, sotto le minacce dell’inferno e della dannazione eterna, lo faceva servire a un prete in chiesa. Il prete era, ovviamente, ricco, avido e malvagio e usufruiva del povero ragazzetto finché il bravo pioniere non è venuto a salvarlo da questa schiavitù. In assenza del prete sono entrati entrambi in sagrestia, hanno rivoltato tutto sottosopra e il pioniere gli dimostrò che tutti questi “oggetti sacri” non erano che l’inganno per le persone semplici come sua madre, che non c’era nessuna forza magica che lo potrebbe destinare alla dannazione eterna e che per un cittadino sovietico era completamente illecito fidarsi di un vecchio libro pieno delle assurdità. Alla fine del libro, ovviamente, quel ragazzo si era iscritto ai pionieri, ha smesso di frequentare la chiesa e diventò libero e felice.

Così pure per mia nonna Tamara la religione era solo “oscurantismo medioevale”, e così sinceramente pensavo pure io nella mia fiducia infantile e ingenua verso tutto ciò che mi dicevano gli adulti.

 

Ogni estate io e mia sorella andavamo per le vacanze alla nostra dacia, la casa di campagna, dove stavamo con nonna Galia, madre di mia mamma. A differenza di nonna Tamara, non era comunista; cercava piuttosto di stare a parte di qualsiasi regime politico. Maggiore di quattro figli, nata pochi anni prima della seconda guerra mondiale e cresciuta in una grande miseria, mia nonna Galia era sempre una donna di una particolare onestà e di una dignità quasi aristocratica. Era orgogliosa di aver ottenuto tutto da sola, con le proprie forze, senza aiuto dei parenti ricchi o amici influenti e cercava di educare le sue figlie nello stesso modo. Comunque, verso la religione la sua opinione era poco meno rigida di quella di nonna Tamara. Anche se non la chiamava mai apertamente “oscurantismo medioevale” (però, credo che lo sottintendeva sempre), ne vedeva piuttosto “l’oppio del popolo”, una dolce favola creata per consolare e calmare coloro che sono oppressi, ma nello stesso tempo non sono abbastanza intelligenti per vederne soltanto una favola. Comunque, è proprio a nonna Galia che devo la mia prima conoscenza con la Bibbia.

Quasi ogni sera leggeva ad alta voce a me e a mia sorella; disprezzava ogni tipo dell’ipocrisia e per questo non teneva a casa i libri della “Biblioteca dei pionieri”. Ci leggeva i romanzi di Marc Twin, le favole di Andersen, i poemi di Puškin, gli altri classici russi e stranieri - e, alla fine, anche la Bibbia.

All’epoca sovietica – specialmente quella prima della morte di Stalin, - la Bibbia era un libro proibito. Proibita era anche la religione. Però c’erano sempre le persone che nonostante tutte le persecuzioni sovietiche hanno conservato la loro fede e l’hanno anche rafforzata: nascondevano la Bibbia come un tesoro e la leggevano solo quando erano sicuri che nessuno potesse denunciarli. Infatti, non facevano così anche i primi cristiani durante le persecuzioni atroci come quelle di Nerone, quando si nascondevano nelle catacombe per leggere insieme il Vangelo e glorificare il Signore? In tutta Mosca, soprannominata da secoli “città dalle cupole d’oro” per le sue bellissime chiese, durante l’intero periodo sovietico rimanevano pochissime chiese aperte, mentre le altre o erano distrutte, o trasformate in edifici laici. Nell’antico monastero femminile Novodevici si trovava addirittura per alcuni anni il “museo della donna liberata” di cui l’esposizione mirava convincere i visitatori che la religione era un’oppressione della libertà della persona, e specialmente delle donne che furono rinchiuse nel convento come prigioniere.

Comunque, il tempo passava; le persecuzioni non c’erano più – ma non c’erano più nemmeno quelli che si opponevano apertamente al regime. Alcuni - pochissimi! - ancora credevano, si riunivano per le feste nelle chiese, ma erano piuttosto dei marginali di cui normalmente non si sentiva quasi nulla. Ovviamente, una persona che professava apertamente la propria religiosità non avrebbe potuto né far parte del partito comunista, né occupare un posto buono al lavoro.

Per le nuove generazioni, nate e cresciute nell’ambito totalmente ateo, la religione era già una cosa del passato. La Bibbia non era un libro facile da trovare, ma come ogni cosa rara o proibita faceva nascere molta curiosità. Con questo libro era legata una grande parte della storia mondiale, e per una persona colta era impossibile ignorare almeno il suo valore culturale e storico. Anche nella famiglia di mia madre c’era questo interesse. Già negli anni ottanta qualcuno ha prestato a mia nonna di nascosto la Bibbia - però soltanto per una notte - per leggerla in breve e farsene un'idea, sempre per la curiosità di sapere cos’era quel libro che il grande Lenin credeva essere tanto pericoloso per il popolo sovietico. Ma cosa si può leggere in una notte? Alla fine, quando l'Unione sovietica si è trasformata nella Federazione russa, è arrivata l'epoca della libertà, ed è diventato possibile trovare nei negozi tutto ciò che si voleva comprare. A quest'epoca mia mamma - oppure è stata mia nonna Galia, non lo so - ha comprato la Bibbia nell'edizione per bambini, soltanto per la propria educazione, per conoscere più o meno le storie dell'Antico e del Nuovo testamento e poter capire meglio le opere d'arte o la letteratura seria come quella di Dostoevskij. A questo scopo la Bibbia per bambini serviva anche meglio, perché faceva il riassunto breve e semplice di quel volume pesante che era la Bibbia completa.

Così, sia per la propria educazione, che per quella di me e mia sorella, – c'era un'estate in cui mia nonna ci leggeva ogni sera la Bibbia per bambini. Avevo cinque anni, e mia sorella ne aveva nove. Ce la leggeva come una favola, e per me non era che una favola, non migliore e non peggiore delle altre. Di più, c’erano delle bellissime immagini di Gustave Doré che guardavo con un immenso piacere mentre la nonna leggeva. Già conoscevo i miti della Grecia antica, dove si parlava delle varie divinità – nella Bibbia, invece, si narrava di un solo Dio, ma che differenza faceva? Comunque, c’erano molti aspetti straordinari. Provai un certo risentimento quando la nonna ci lesse di quei stolti di Adamo ed Eva che a causa di una semplice mela hanno perso per sempre la possibilità di vivere nel paradiso. Mi stupiva questa storia e non riuscivo a capirla. Infatti, cosa hanno fatto di tanto grave – non era che una mela! Che differenza c’era per Dio se sull’albero c’era una mela di meno? Quindi, visto che Dio si è arrabbiato tanto, decisi che c’era qualcosa di particolare proprio in quel frutto, ma non riuscivo a capire cosa esattamente. Non sono caduti subito morti dopo averne mangiato, come lo aspettavo (...quando tu ne mangiassi, certamente moriresti), ne sono diventati come Dio, come prometteva il serpente. L’unico effetto immediato è stato quello di accorgersi della propria nudità (e come mai non lo sapevano prima?).

Poi la nonna ci ha letto di Noè e della sua arca, di Abramo che era pronto a uccidere il proprio unico figlio (mi stupivo di nuovo, come mai ha potuto fare così? E se l’angelo non faceva in tempo a fermarlo?), la terrificante storia di Sodoma e Gomorra, poi quella del povero Giuseppe venduto dai propri fratelli (a questo punto cominciai a provare un vago timore e decisi di essere più attenta nei miei litigi con mia sorella). Molto particolare era la storia di Mosè: sia me che mia sorella l’abbiamo ascoltata con una vigile attenzione, tremando dalla paura ogni volta quando quel malvagio faraone rifiutava di nuovo di lasciar andare gli Ebrei ed esultando di gioia quando Dio ha fatto quel bellissimo miracolo della divisione dell’acqua. Così abbiamo letto l’Antico Testamento circa fino ai profeti, ma poi per un qualche motivo abbiamo sospeso e preso un altro libro.

 

Durante l’infanzia ero di salute cagionevole; andavo a scuola per due settimane e poi a causa del raffreddore o influenza dovevo stare a casa per le altre due settimane. Seguivo sempre bene il programma scolare: mia madre mi spiegava ciò che non capivo, facevo tutti i compiti e poi li portavo a scuola quando ero finalmente guarita. Lì la maestra controllava tutto e mi dava qualche verifica, e poi io mi ammalavo di nuovo e scomparivo da scuola per un altro paio di settimane. Comunque, mentre gli altri bambini erano a scuola, io rimanevo a casa e avevo molto di tempo libero. Mi piaceva moltissimo leggere; meno male che a casa avevamo una biblioteca assai ricca. Ho letto e riletto quasi tutti i libri destinati all’età scolare che potevo trovare a casa; una volta mi ingannò con una copertina colorata e mi mise a leggere “Demian” di Hesse, con grande gioia di mio padre che da anni si interessava della filosofia tedesca. Tuttavia, dopo poco la sua gioia si trasformò nella delusione perché non ho capito assolutamente nulla di ciò che avevo letto.

 Poi nel fondo dello scaffale trovai quella Bibbia per bambini; mi ricordai che la nonna ce la leggeva qualche anno prima, e, senza rischio di ingannarmi di nuovo come nel caso di quel incomprensibile Hesse, decidi di rileggerla.

Questa volta non mi sono fermata ai profeti, ed ho scoperto che nel libro c'era pure la seconda parte – il Nuovo Testamento. Ho cominciato a leggerlo e sin dalla prima pagina mi sono accorta che era molto diverso rispetto alla parte precedente. Si trattava del figlio dello stesso Dio che si era arrabbiato con Adamo ed Eva e che ha compiuto poi cose tanto grandi per salvare gli Ebrei dal faraone. Non avevo dubbi che il protagonista, Gesù Cristo (pensavo che Cristo fosse il suo cognome), era Suo figlio, lo si capiva subito dall’inizio: l’Angelo è stato molto chiaro nel suo discorso con Maria. Era una persona molto simpatica, quel Gesù: amava i bambini, aiutava a tutti, curava gli ammalati... Non ha fatto proprio niente di male, e non potevo trovare nessun motivo per cui quei malvagi farisei cercavano di ucciderlo. Sono rimasta colpita quando Giuda lo tradì: non riuscivo a capire come mai il Figlio di Dio si è lasciato ingannare, pur sapendo che sarebbe stato proprio Giuda a tradirlo! E perché non vigilavano i suoi amici e non l’hanno difeso? Ma nemmeno questo era ancora il peggio. I farisei l’hanno condannato a morte, e fino all’ultimo momento, mentre leggevo, speravo che sarebbe venuto qualcuno a salvarlo. Ma non veniva nessuno; lessi il capitolo della Passione di Cristo. Fui riempita del profondo terrore al momento in cui hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù: era una crudeltà incredibile; non osavo nemmeno provare ad immaginare quanto doveva soffrire povero Gesù, quanto doveva essere doloroso! Ma perché non ha voluto scendere dalla croce – Lui, che era il Figlio di Dio? Quasi in ogni libro che leggevo a quella età c’era un bel finale: quando tutto sembrava andar male, arrivava finalmente un miracoloso aiuto, i malvagi rimanevano sconfitti e il bene trionfava. Qui non era così; fino all’ultimo momento speravo che Dio Padre avrebbe salvato il Suo Figlio dalla croce: se aveva fatto tante cose per proteggere Mosè dal faraone, perché non poteva fare qualcosa di simile anche per il proprio figlio? Che bel effetto che avrebbe fatto! Se solo Gesù fosse sceso dalla croce, tutti quei malvagi ebrei avrebbero visto che era veramente il Figlio di Dio, avrebbero voluto pentirsi o avrebbero ricevuto la condanna a loro dovuta.

Ma Gesù non scendeva dalla croce e alla fine morì’. Non potevo credere che tutto sarebbe finito tanto male e continuavo a leggere. Alla fine è successo il miracolo che aspettavo: Gesù era risorto. L’unica cosa, però, mi dispiaceva sempre: perché non è andato a farsi vedere a quelli che l’hanno ucciso? Quanto sarebbe bello vedere le facce di quei malvagi! Peccato, pensai, che non l’ha fatto. Сomunque meno male che era risorto: con un sospiro di sollievo chiusi il libro e lo riposi nello scaffale.

Ma nonostante la lettura della Bibbia mi proclamavo sempre e con orgoglio una “non credente”. Ancora quando avevo cinque anni, c’era nel mio gruppo all’asilo una bambina che una volta chiese ad un altro bambino di darle il suo giocattolo. Era una bambina che prendeva e poi non restituiva, tutti lo sapevano e per questo nessuno aveva grande voglia di prestare a lei il proprio giocattolo. Ma lei, volendo far quel bambino fidarsi di lei, gli disse: “Ecco, guarda, se non mi credi, ti mostro la mia crocetta!” e dimostrò la sua collana con una piccola crocetta. Il suo opponente (pure lui aveva una tale crocetta) rimase impressionato da questo suo gesto e le diede il giocattolo. Sapevo che alcuni bambini portavano una tale collana, e la nonna mi spiegava che “ i loro genitori li hanno battezzati”. Ma mi dicevano sempre che Dio non esisteva, e per questo guardai a quei due con superbia: io non portavo nessuna crocetta a collo, e anche se dovessi dare a quella bambina il mio giocattolo, non sarebbe a causa della sua strana collana, ma perché mia madre mi insegnava di non essere avara e di condividere i propri giocattoli con gli altri.

Poi, già a scuola, una mia amica mi ha chiesto: “Perché non porti una crocetta al collo? Sei atea?”. Avevamo all’epoca circa dodici o tredici anni. Lei questa crocetta l’aveva.

“Si, – dissi, – nella mia famiglia siamo tutti atei.”

L’ho detto perfino con orgoglio. Come mia nonna Tamara non si stancava di ripetermi, e come indicavano chiaramente i libri della “Biblioteca dei pionieri”, la religione non era che le credenze superstiziose della gente dubbiosa e poco educata.

 

 

Comunque, una parente credente l'avevamo. Mia zia Marina, sorella di mio padre. Nonostante l'educazione comunista di nonna Tamara e gli stessi libri della "Biblioteca dei pionieri", già in età matura ha creduto e si è fatta battezzare. Era la fine dell'epoca sovietica e l'inizio della nuova Russia: questo periodo, infatti, è pieno delle meravigliose conversioni; la religione non era più vietata e molti ritornarono alla fede, grazie a Dio. Non so, purtroppo, le circostanze della sua conversione: nella mia famiglia si evitava di parlarne ed era un argomento molto doloroso per mia nonna Tamara. Fino alla fine dei suoi giorni non ha capito e non ha accettato la fede di propria figlia, considerando questa sua decisione una totale assurdità. Se chiedevo mia mamma, lei diceva soltanto che "ognuno ha le proprie stranezze e le proprie inclinazioni".

Zia Marina viveva con suo marito e i loro tre figli molto lontano di noi: nel sud di Russia, in una piccola città del mar Nero. Per arrivarci ci volevano quasi due giorni in treno. Ci sentivamo abbastanza raramente, ed io li conoscevo poco. Nonna Tamara andava a visitarli due volte ogni anno, ma noi rimanevano quasi sempre a Mosca. Due o tre volte nella mia infanzia ci siamo andati in estate per visitare quei parenti lontani e trascorrere una o due settimane al mare; così pure loro sono venuti qualche inverno a Mosca per vedere la capitale e la neve.

Quei viaggi al Sud non mi piacevano molto. Passare un giorno e due notti in treno guardando alla finestra poteva ancora sembrare, a otto anni, un’idea abbastanza attraente, ma poi tutte le cose buone finivano. Già dopo il primo giorno al mare di solito mi ammalavo e dovevo rimanere il resto del viaggio a casa, con quel insopportabile caldo e orribile umidità che non mi facevano guarire fino al ritorno a Mosca. Avevamo tre cugini, figli di zia Marina: la più grande era coetanea di mia sorella e loro due stavano sempre insieme, non ammettendomi alla loro compagnia come troppo piccola; avrei giocato volentieri con i miei cugini maschi, ma trascorrevano le giornate fuori casa con i loro amici. Così dovevo rimanere a casa e mi annoiavo terribilmente.

In uno di quei viaggi avevo un’otite, l’orecchio mi faceva molto male e mia zia Marina insieme a mia madre mi hanno portato dal medico. Avevo otto o nove anni. Aspettando nella fila, mia mamma si è lamentata con zia Marina che mi ammalavo troppo spesso e che non sapeva più che fare con me. Zia Marina le propose molto seriamente di farmi battezzare: “Vedrai che dopo il battesimo non si ammalerà più!”. Mia madre era sempre molto tollerante verso le persone che avevano una visione del mondo diversa della sua; con un sorriso ironico si è rivolta a me: “Che dici, Vera, ti battezziamo forse?”.

Nonostante il forte dolore all’orecchio la guardai con un muto rimprovero e non risposi nulla. Sapevo che non si deve dire nulla contro la religione nella presenza dei credenti, ma come mia madre poteva farmi una proposta del genere? Battezzare! Me! Non siamo forse una famiglia educata? Molto più volentieri avrei accettato di essere iscritta ai pionieri se solo fossero esistiti ancora.


 

II

 

È interessante, però, che io durante l’infanzia, pur proclamandomi apertamente una “non credente”, nella semplicità dovuta all’età non negavo la possibilità di “pregare” per ottenere qualcosa. Così facevano alcuni bambini nei libri che leggevo. In particolare, mi ricordo un frammento delle “Avventure di Huckleberry Finn” di Marc Twin che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere su cosa era una preghiera:

Beh, la mattina ho preso una bella girata da Miss Watson per via dei vestiti; la vedova invece non mi ha detto niente e ha pulito il fango e le macchie, e aveva un'aria così a terra che ho deciso che per un po' mi sarei comportato bene, se potevo. Poi Miss Watson mi porta in uno stanzino e si mette a pregare, ma non succede un cavolo. Lei mi aveva detto di pregare tutti i giorni, che quello che chiedevo l'avrei ottenuto, ma non era vero. E sì che ci ho provato. Una volta ho ottenuto una lenza ma era senza ami. Non ci fai una mazza con una lenza senza gli ami. Ho pregato tre o quattro volte per avere gli ami, ma non ha funzionato. Allora un giorno ho chiesto a Miss Watson di pregare per me, ma lei ha detto che ero uno stupido. Però non mi ha detto perché, e io non l'ho proprio capito.

(Marc Twin, Le avventure di Huckleberry Finn)

 

Come mai ha ottenuto una lenza? È caduta forse dal cielo? E per cosa pregava Miss Watson? Cosa voleva ricevere lei?

 

Non c’era nulla che desideravo talmente forte come quanto avere un cane. Infatti, dimostravo un inspiegabile amore per cani sin dalla più incosciente età, e per questo, appena iniziai a parlare, l’unico mio desiderio più caro era quello di ricevere un cane. Lo chiedevo con perseveranza ai miei genitori in regalo per ogni Capodanno o compleanno, promettendo che sarei stata sempre io a dargli da mangiare o a portarlo a spasso. Ma ai miei genitori non sembrava mai un’idea molto bella: non eravamo molto ricchi per poter tenerlo, né il nostro appartamento era molto spazioso. E poi, mia sorella non amava per niente gli animali ed era fortemente contraria. Così, il cane rimaneva per me un sogno irrealizzabile.

Ma io – mossa dalla disperazione di non riceverlo mai - ho anche provato a pregare, ricordandomi di quel frammento di Marc Twin (e anche magari degli altri libri dove in un modo o nell’altro si parlava in breve delle preghiere). Quando hai nove anni e vuoi ricevere un cane, non c’è nessun mezzo da trascurare.

Non sapevo, però, come si fa a pregare, ed ho cercato di sintetizzare tutto ciò che avevo letto o visto nei film. Mi sono inginocchiata davanti alla finestra, mi sono fatta il segno della croce (non sapevo, infatti, come lo si fa e cercavo di ripetere ciò che avevo visto qualche volta alla tivù o dalla zia Marina) e guardando al cielo pregavo cosi: “Signore, per favore, dammi un cane! Lo voglio veramente tanto!”. Per me, che vivevo nelle fantasie tra i personaggi delle numerose favole che avevo lette, era un rituale quasi magico, in cui mi rivolgevo a qualche Forza che magari poteva essere disponibile a darmi un cane. Con la stessa “fede” potrei confezionarmi una bacchetta magica e cercare di trasformare in un cane vivo uno dei miei cagnolini di peluche.

Il Signore, comunque, ha ascoltato anche la mia prima preghiera che ho rivolta a Lui, pur se l’ho fatto nel modo assolutamente incosciente: in un corso di un anno solo, già per il mio decimo anniversario ho finalmente ricevuto il cane.

È successo in un modo molto improvviso.

Qualche mese dopo la mia preghiera mia madre cominciò a fare delle allusioni che forse in futuro avremmo preso un cane. Una sera mio padre mi chiamò e ci mettemmo a cercare tra gli annunci per i cuccioli del retriever - era proprio la razza che mi piaceva di più! Non credevo fosse una realtà tutto ciò che stava succedendo.

Comunque, c'era sempre mia sorella Ksenia che si opponeva e creava degli ostacoli al compimento del più grande sogno dei tutti i miei nove anni di vita. Lei non voleva per niente prendere nessun animale e un cane in particolare; quando ha saputo che i genitori volevano esaudire il mio capriccio, si era arrabbiata moltissimo, eccitabile com’era. Sapeva pure che avevano per questo un loro motivo: a quell'epoca stavano per divorziare, e per mezzo del cane volevano farmi distrarre dalla crisi in famiglia – dato che ero la figlia più piccola, sempre timida e paurosa, dal carattere chiuso e introverso. Mia sorella, invece, aveva già quattordici anni, era sempre molto ragionevole e responsabile, e per questo era già considerata quasi un'adulta.

Ma nonostante tutti i tentativi di persuadere Ksenia ad essere più indulgente, rimaneva inflessibile. Con il suo temperamento focoso, non soltanto soffriva a causa della separazione dei nostri genitori, ma anche protestava per il loro assecondare i miei capricci infantili. Poi, hanno pure scoperto che il cane che volevamo prendere, il retriever, costava molto di più rispetto a quanto si aspettavano. Così, i genitori cominciarono a dubitare di nuovo, non volendo ferire nessuna delle loro figlie. Io piangevo e chiedevo il cane, mia sorella faceva delle scene a casa per protesta, le nonne non pensavano per niente al cane, ma erano piuttosto preoccupate per l’inevitabile divorzio.

Dopo tutto quel caos la decisione fu trovata all’improvviso. Una sera, qualche settimana prima del mio decimo compleanno, telefonò un’amica di mia mamma e quasi supplicò di prendere gratis un cucciolo maschio di bassotto. Dei quattro cuccioli era rimasto solo quello, l’ultimo, ed aveva già passato l’età in cui si acquistano normalmente i cani di razza: l’amica di mia mamma non riusciva più a venderlo e non poteva più tenerlo a casa insieme alla madre. I miei genitori videro un segno del destino, e l’abbiamo preso.

Era un bassotto di razza, con uno speciale passaporto in cui era iscritta la sua lunghissima genealogia, e proprio a causa di questa genealogia portava il nome Cristoforo. Quando si tratta dei cani di razza, le generazioni diverse devono distinguersi con la prima lettera dei nomi: di solito è un nome formale che serve soltanto per il passaporto e che i nuovi padroni del cucciolo cambiano secondo il proprio gusto visto che lo prendono normalmente all’età di solo due mesi. Nel caso del nostro bassotto, per la sua generazione doveva essere scelta proprio la lettera X (in russo Cristoforo è Христофор), e visto che nella lingua russa sono poche le parole che cominciano con questa lettera, i suoi padroni precedenti non hanno potuto inventare null’altro.

Quando l’abbiamo preso, era già adulto ed abituato al proprio nome. Per noi non faceva molta differenza, ed è rimasto per sempre Cristoforo.

Non potevo non accorgermi che alla fine la mia preghiera ha funzionato. Chiedevo disperatamente il cane sin dall'età in cui imparai a parlare, ma l'ho ricevuto solo nell'anno in cui ho pregato. Comunque, ne pensavo con ironia dovuta a una strana coincidenza; "nella mia famiglia siamo tutti atei".


 

III

 

Mi sono convertita in aprile del 2009. Avevo quattordici anni.

È veramente difficile dire, cos’è successo effettivamente del “mistico” in quell’aprile – è la domanda che mi pone sempre mia mamma da quando ha scoperto che sono diventata credente – perché sembra che non fosse successo nulla di straordinario. Ma è accaduto. Ancora nel marzo del 2009, se qualcuno mi avesse chiesto, mi sarei dichiarata atea, ma già nel mese di maggio rivolgevo a Dio le preghiere di contrizione e di ringraziamento. Ovviamente non si trattava ancora della fede matura: non sapevo bene nemmeno cosa vuol dire credere in Dio e, di più, cosa c’entra il cristianesimo. Tuttavia, una cosa posso dire con certezza: non ero più atea.

Dovevamo prendere un secondo cane. Non “dovevamo” – ma io volevo che noi lo prendessimo.

Ci hanno improvvisamente proposto di prendere gratis un giovane retriever: calmo, addestrato ed intelligente. I suoi padroni anziani erano morti, e i loro figli non volevano più tenerlo.

Avevamo Cristoforo già da quasi cinque anni. Ma era molto disubbidiente e indipendente, anche se intelligente e molto affettuoso. Quando scappava da casa per i fatti suoi – per i gatti, uccelli, altri cani, - ero arrabbiatissima. Capricciosa com’ero, mi sentivo perfino delusa ed ingannata da Cristoforo, che non corrispondeva a quell’ideale di cane perfetto che sognavo sin dalla infanzia.

Quando apparve la possibilità di prendere quel retriever, mi sembrò un vero destino. Quanto volevo prenderlo! Cercavo di persuadere mia madre che avere due cani era molto meglio di averne soltanto uno, specialmente se quell’uno era piccolo e disubbidiente come il nostro Cristoforo. Mi sembrò che era quasi pronta ad accettare, ma poi tornò dall’università mia sorella e tutto andò a vuoto. Sempre prudente e ragionevole com’era, ha fatto in tempo a ricondurre mia madre alla ragione, spiegando in modo chiaro e diretto tutte le difficoltà che avremmo avuto con quel cane. Aveva assolutamente ragione: non potevamo permetterci di prendere un cane grande che richiede molto spazio, molto tempo e anche molti soldi. E poi, il punto cruciale era che avevamo già Cristoforo: Ksenia mi disse che mi comportavo come una bambina viziata, e che sarebbe stato assurdo prendere in un appartamento in città un secondo cane, avendone già uno. “Sì, - mi disse mia madre, - se non avessimo Cristoforo, avremmo potuto, magari, prendere quel cane. Ma così non è proprio il caso".

 Non abbiamo preso il retriever. Era il giorno del 9 aprile 2009, giovedì, me lo ricordo molto bene.

E’ strano rifletterci adesso, ma a quel tempo, a quattordici anni, è stato per me un vero colpo, un vero dramma. Quando a causa di mia sorella la decisione di non prenderlo è stata definitiva, ero molto delusa e arrabbiata. Ero arrabbiata con mia sorella perché non poteva capire la gioia di avere un cane e, tanto più, di averne due e perché aveva persuaso mia madre, già quasi pronta ad esaudire le mie suppliche; ero arrabbiata con mia mamma che ha dato ragione a mia sorella; alla fine ero arrabbiata anche con il povero ed innocente Cristoforo perché era principalmente a causa sua che non potevamo prendere quell’altro cane – ed era anche proprio a causa sua, tanto disubbidiente, che volevo avere un secondo cane. Ho pianto l’intera giornata, e mi sentivo la persona più infelice e sfortunata del mondo. C’era la possibilità di avere un bellissimo cane, un retriever, grande e ubbidiente, come quelli di cui leggevo nei libri – ma tutto si era rovinato. A quattordici anni tutto sembra essere molto più importante che lo è in realtà.

Passarono due giorni. Dovevo consolarmi in qualche modo. Che potevo fare oltre che rassegnarmi con ciò che è accaduto?

Di ciò che capitò nei giorni seguenti, non ho che una vaga immagine, difficile da descrivere. So di sicuro, comunque, che è iniziato il mio cammino della conversione.

 

C’era in quei giorni una frase che risuonava nella mia testa – qualcosa simile a l’umiltà e la mitezza ... sono le virtù supreme. Non ho idea da dove l’ho presa; magari avevo letto qualcosa del genere in qualche libro – anche forse nella mia vecchia Bibbia per bambini! - che poi ho sintetizzato proprio questa formula – non lo so. Credo che l’avessi sentita ancora prima della mia conversione, ma, tuttavia, dopo quel giorno quando non abbiamo preso il secondo cane, cominciai a ripetermela veramente molto spesso.

L’umiltà e la mitezza ... sono le virtù supreme. Improvvisamente per me è diventato chiaro tutto ciò che è successo: che il mio desiderio di prendere quel cane non era che un capriccio, che davvero pensavo solo a me e ai miei desideri, che mia sorella aveva assolutamente ragione e che la mia rabbia non era che semplice egoismo. Tutto d’un tratto mi sono accorta che i miei comportamenti quotidiani costituivano una fortissima contraddizione con l’umiltà e la mitezza. Mi ricordai di tutte le opere malvagie che avevo fatto! Le bugie che dicevo a mia madre per non andare a scuola, i miei litigi con mia sorella, la mia pigrizia nell’aiutare con i lavori di casa, la rabbia che provavo per la disubbidienza di Cristoforo, la mia astuzia e perfino crudeltà... Quando davanti ai miei occhi apparve questa immagine di me stessa, ne sono stata profondamente colpita e terrificata. Da dove tutto questo male in me? Come mai non me ne accorgevo prima? Con ostinazione continuavo di ripetermi l’umiltà e la mitezza, e cominciai a controllare ogni mia azione con questa misura nuova. Ho desiderato diventare diversa – e nello stesso tempo ho visto che non era affatto molto facile.

 

  Anche prima ubbidivo a mia madre se mi chiedeva di fare qualche lavoro a casa, ma andavo a farlo con scontentezza e pigrizia; adesso cercavo di andare a fare gli stessi compiti se non con gioia, almeno con il desiderio dell’umile ubbidienza a mia madre. Se avevo qualche discordia con mia sorella, di nuovo risuonavano nella mia mente l’umiltà e la mitezza, e cercavo di tacere e di andar a fare ciò che voleva lei. Certamente, non riuscivo sempre; ma se qualche volta riuscivo, mi sembrava di aver fatto qualche passo importante, la mia anima si riempiva di una sensazione nuova e strana e mi stupivo dentro di me di ciò che stava succedendo.

Non so dire e non trovo nessuna risposta nella mia memoria per spiegare come e quando ho iniziato proprio a credere. Poco tempo fa ho trovato il mio vecchio quaderno del 2009 e sulla pagina datata del maggio ho letto una breve preghiera scritta di corsa con una matita: “Signore, Ti ringrazio con tutto il mio cuore!”. Come mai ho scritto questa frase - io, che ancora in marzo mi consideravo atea? E’ veramente difficile dirlo adesso; forse avevo già cominciato a dubitare della ragionevolezza dell’ateismo della mia famiglia, ma non mi ricordo assolutamente niente. Sempre, anche nelle mie prime riflessioni sulla mia fede, il punto di partenza per il cammino della mia vera conversione è stato sempre indissolubilmente legato con quell’aprile. E a chi rivolgevo questa preghiera – “Signore, Ti ringrazio con tutto il mio cuore!”? Sicuramente non era più quella Forza mistica e ignota a cui chiedevo il cane in infanzia: era già un Dio vicino, che si è chinato su me, che si è rivelato a me, che mi diede la grazia di riconoscere la Sua esistenza. Nonostante tutti i miei sforzi, non riesco a ricordare nessun momento particolare nel quale mi sono data una spiegazione razionale di come la mia nuova vita mi avesse potuto fare credere. Ciò che so dire con certezza è che è avvenuto qualche giorno dopo il 9 aprile 2009. La fede è entrata nella mia vita come un puro dono di Lui.

 

 Quanta gioia e gratitudine al Signore ho provata poi, quando ho scoperto che il passo cruciale è stato dovuto proprio a quel mio capriccio non esaudito di prendere il retriever - è stato il passo definitivo che mi ha spinto di rivolgermi a Lui. Ormai provavo un’immensa gratitudine per mia sorella che ha persuaso mia mamma, a mia mamma che l'ha ascoltata; alla fine al mio amato bassotto Cristoforo perché è stato principalmente a causa sua che il mio desiderio non poteva essere soddisfatto.

 Infatti è stato lui, il mio Cristoforo, che si è accorto per primo della mia conversione, o, piuttosto, di qualcosa che è successo a me: ho cambiato radicalmente il mio atteggiamento verso di lui. Prima mi arrabbiavo spesso con lui, lo sgridavo per la sua disubbidienza ed indipendenza, mi eccitavo quando non mi ascoltava e scappava dietro ad un gatto. Prima cercavo di farlo corrispondere ad un "cane perfetto" che desideravo da sempre: ubbidiente, intelligente, bravo... Dopo il passo iniziale della mia conversione, quando ho riconosciuto di aver peccato, quando mi sono pentita anche di quel mio capriccio, – ho cominciato a guardare Cristoforo diversamente. Ho cominciato ad amarlo così com'era (ed ho, infatti, scoperto, che era un cane intelligentissimo!), trattando con pazienza ogni sua disubbidienza, dovuta alla sua razza da caccia e giovane età. Anche in questo modo il mio bassotto mi aiutava a cambiarmi. Da quel tempo in poi non ho mai più alzato la voce su di lui, neppure una volta l'ho sgridato; lo accarezzavo con tenerezza ogni volta che veniva da me; quando si ammalò e soffriva terribilmente dalla febbre e dal dolore, lo presi in braccia e cullavo come un bambino. Sono diventata per lui veramente sua padrona preferita. Prima mia mamma mi rimproverava se lo sgridavo troppo spesso. Da quel anno in poi ha cominciato a rimproverarmi che lo stavo proprio viziando.

Poi, alcuni anni dopo, al primo anno di medicina, dovevo fare un corso di terminologia greca e latina per essere capace di capire i termini medici. Dopo aver tradotto sillabicamente in russo le parole come "chromatoforo" o "elettroforesi" mi sono accorta improvvisamente che anche lo strano nome del mio cane era dell’origine greca. Χριστός [Cristo]+ φέρω [for]o – colui che porta Cristo. Nella mia famiglia atea dei fisici e ingegneri non abbiamo mai pensato del significato del nome, il nostro bassotto ci fu consegnato già come Cristoforo.

Tanto semplice. Quando mi è diventato chiaro il vero senso di questo nome, pensai che stavo diventando veramente schizofrenica nel vedere “segni” proprio ovunque. Comunque, in effetti, ho incontrato Cristo anche grazie a Cristoforo – il cane che Dio mi ha dato in risposta alla mia prima preghiera infantile ed incosciente, il cane che è diventato poi un motivo formale per farmi riconoscere i miei peccati e di rivolgermi a Colui che era la fonte di ogni perdono e misericordia.

È straordinario il modo in cui Dio agisce per farci arrivare a Lui, rispettando con molta delicatezza la nostra libertà e volontà, anche se questa volontà è sbagliata, cattiva e menzognera. Non ho fatto che un piccolo passo verso Lui – pur incosciente che era veramente il passo verso Lui – e Lui mi è venuto subito incontro, mi ha abbracciato con la Sua misericordia e si è rivelato a me, lasciando a me sempre la piena libertà di capire, percepire, vedere i segni che faceva. Ha approfittato di tutto: del mio amore per i cani, dell'ateismo di mia nonna che ci leggeva la Bibbia per "educazione", e, innanzitutto, dei miei peccati di cui il riconoscimento mi ha fatto ricevere un'altra misura morale da corrispondere e mi ha fatto entrare nel cammino di conversione.

 

 

A proposito, sempre nell’aprile del 2009, anno della mia conversione, ho iniziato a studiare l’italiano. “Ho iniziato a studiare”, però, vuol dire che mi sono comprata un libro che si chiamava “L’italiano in tre mesi”. Non avevo mai molti soldi e cercavo di risparmiare quanto più possibile su ciò che avevo. A scuola studiavo già l’inglese e il francese, e il francese mi piaceva in particolare. Amavo moltissimo leggere i libri in francese, ma costavano molto e spesso non potevo spendere. Un giorno in libreria per la prima volta mi sono accorta dello scaffale dedicato alla lingua italiana. Ho visto un piccolo volume e ne lessi il titolo: “Italiano in tre mesi”. Mi attirò a se come una calamita, e ho provato un forte desiderio di comprarlo.

 Poi a casa mi sono pentita di questa spesa: mia mamma mi ha leggermente rimproverato dicendo che sarebbe stato meglio dedicare più tempo agli esami della media invece di imparare l’italiano che “non serve a niente”. Infatti, è vero che l’italiano, pur essendo una lingua bellissima, in Russia non serve quasi a niente.

Non trascuravo mai gli studi a scuola, volevo fare bene tutti gli esami, e riconobbi che mia mamma aveva ragione. Dopo aver imparato con curiosita’ la coniugazione dei verbi “avere” ed “essere“, ho dovuto mettere “L’italiano in tre mesi” all’ultimo palchetto del mio scaffale. All’epoca non potevo nemmeno immaginare che l’italiano, “che in Russia non serve a niente”, diventerà per me la lingua che mi porterà alla Casa del Signore, alla sua Santa Chiesa.


 

IV

 

Custodivo la mia fede, così inattesa, nelle profondità del mio cuore e non ne parlavo a nessuno. Evitavo ogni specie dei discorsi riguardanti la fede. Anche se mi rendevo conto di non essere più atea, non avrei osato confessare agli altri che ero già credente. E poi, nemmeno io stessa potevo capire bene chi era quel Dio in cui credevo: Dio Padre, di cui parlava la prima parte della Bibbia per bambini (che rileggevo di nuovo e di nuovo) oppure Gesù Cristo, quell’uomo buono e simpatico di cui si trattava nella seconda parte? Mi sembrava più logico credere in Dio Padre, nello stesso tempo mi era chiaro che pure Gesù era il Signore a cui credevo. Ma come si fa a credere in entrambi se Dio è uno solo? E poi, ho sentito tante volte della Trinità e dello Spirito Santo che mi confondevo sempre di più. Non avevo nessuna persona a cui avrei potuto fare tutte queste domande e darmi una risposta più o meno chiara; lo stesso interessarsi a questo tema mi sembrava proibito e delittuoso.

Per questo ho dovuto effettuare le mie ricerche da sola.

Ho cominciato a riflettere molto. Cos'è il bene e perché dovremmo farlo? Tutto il bene coincideva nella mia mente già con Dio - e anche con Cristo. Alle volte i miei ragionamenti da adolescente prendevano una forma troppo astratta e allora me ne perdevo completamente; così, in particolare, mi ricordo che una volta paragonai Cristo, l’uomo migliore che abbia mai vissuto, con il Sole che era il sommo bene e luce, e gli uomini di buona volontà, invece, con le stelle, di cui la luce non può essere mai tanto chiara come quello del Sole, cioè di Cristo e Dio; per questo nel cielo appaiono alle volte delle nuove stelle e le altre scompaiono, e il Sole, invece, è unico e dona la sua perpetua luce a tutti senza nessuna divisione. Poi, comunque, conclusi che non poteva essere così perché Gesù Cristo era nato soltanto duemila fa, mentre il sole, evidentemente, già c'era sin dall'inizio del mondo. Dopodiché tutti questi ragionamenti mi sembrarono una totale sciocchezza e li lasciai.

Allora spostai la mia attenzione dal cielo alla terra e mi misi a riflettere sulla natura umana. A causa di un certo ottimismo dovuto al riconoscimento di Dio, arrivai una volta a una positiva conclusione che tutti gli uomini erano buoni. Per la dimostrazione di questa teoria ho pure dedotto due prove. La prima prova consisteva nel fatto che alle volte il bene era il risultato di una catena di coincidenze, e per sé ogni elemento di questa catena non sempre era buono. O anche più semplicemente: il male alle volte conduceva al bene. Per esempio, mia mamma ha cambiato il lavoro (era il bene), perché al lavoro precedente il direttore era un imbroglione e le pagava troppo poco (era il male). In qualche senso, questo direttore che le pagava poco l’ha aiutata ad arrivare ad una condizione migliore, e, quindi, in un certo senso poteva essere considerato buono (è sempre bene aiutare agli altri). Di più, avevo per questo anche un’altra prova: le persone apparentemente cattive con il proprio cattivo esempio ci fanno capire chi è veramente buono a differenza di loro; un amico traditore, così, fa capire chi è un vero amico, e, quindi, aiuta; una persona che aiuta l’altra non può essere considerata malvagia e, dunque, pure il traditore risulta essere buono. Comunque, quasi subito mi accorsi di un grave difetto di questa bellissima teoria. Se tutti gli uomini fossero buoni, allora avrei dovuto considerare buona pure me stessa, ma nella mia coscienza mi rendevo conto che non era così. Quindi, ero l’unica esclusa dalla mia teoria? Il buonsenso, comunque, mi diceva che era poco probabile che fossi l’unica e peggiore peccatrice del mondo. Quindi, c’erano anche degli altri peccatori, e lo stesso buonsenso suggeriva che non erano nemmeno troppo pochi per essere soltanto io esclusa. Dunque, non era possibile che tutti gli uomini fossero buoni. Oppure era possibile essere peccatore ed essere buono nello stesso tempo? Sembra essere una contraddizione. Oppure tutti avrebbero voluto essere buoni, e l’unico problema era che non vi riuscivano? Comunque, per una madre il proprio figlio è sempre buono, tutti hanno una madre e quindi per ogni persona malvagia esiste almeno una persona che la considera buona. E se Dio viene chiamato Padre (a questo punto, per evitare le maggiori confusioni, cercavo di non pensare del Dio Figlio e dello Spirito Santo), vuol dire che per Lui tutti i figli sono buoni?

Tutti questi ragionamenti non chiarivano nulla, anzi, mi confondevano sempre di più. Di una cosa sola ero, comunque, sicura: il sommo Bene era Dio. Ma perché dobbiamo essere buoni pure noi? E da dove viene tutto questo male in noi? Poi, una cosa è dovere fare il bene, e l’altra cosa era voler farlo. Nel secondo caso inevitabilmente ritornavo a pensare di Dio; non sapevo il perché, ma intuivo che era proprio Lui la fonte del desiderio di compiere il bene.

Già in quell’epoca pregavo. Non sapevo ancora nessuna preghiera: nella stessa Bibbia per bambini – l’unica Bibbia che avevo! – ho trovato nel Discorso della Montagna la preghiera Padre Nostro in russo. Cercai di impararlo a memoria, ma non capivo il significato. Cosa vuol dire “dacci oggi il nostro pane quotidiano” o “non ci indurre nella tentazione”?

L’autore che ha fatto quel riassunto del Nuovo Testamento, ha scritto pure un breve commento personale, che cominciava più o meno così:


Cari fanciulli, voi tutti sapete benissimo come si deve pregare. Innanzitutto bisogna farsi il segno della croce e dire Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...

 

 Il resto non me lo ricordo perché ovviamente non ho capito assolutamente nulla.

“Voi tutti sapete”... Non ero sicura nemmeno che di fare correttamente il segno della croce. Come si piega le dita, come si fa poi – da destra a sinistra oppure da sinistra a destra? Sapevo che lo si fa diversamente in Russia e all’estero. Certamente io – patriota com’ero! – volevo farlo come in Russia. Era impossibile provare a chiedere a qualcuno, e alla fine decisi che il segno della croce si fa da sinistra a destra – almeno mi sembrò più comodo e logico farlo così.

 

*****

Il secondo passo cruciale per la mia fede avvenne in agosto del 2010.

Avevo appena compiuto sedici anni, e mia sorella ne aveva già venti. Mio padre ci aveva già lasciato da anni e si era trasferito in un'altra città dove dopo un breve periodo si risposò di nuovo; mia mamma continuava ad insegnare fisica nell’università, ma lo stipendio era sempre basso. Volevamo andare tutte insieme da qualche parte per le vacanze estive, ma i viaggi costavano molto. Alla fine mia zia Vera, sorella di mia mamma, ci ha proposto di fare un breve viaggio a Pietroburgo. Loro da piccole ci andavano spesso con i miei nonni - Pietroburgo (all’epoca Leningrado) era sempre una città molto particolare. Ci siamo dunque andate tutte e quattro: mia mamma, mia zia, mia sorella ed io.

Che bel viaggio è stato per me! Veramente San Pietroburgo è una città molto speciale. Tutto mi affascinava: la larga Nieva, i canali con i ponti di ghisa, i palazzi antichi, l’architettura diversa da tutto ciò a cui ero abituata a Mosca… Come durante qualsiasi viaggio, visitavamo pure le chiese. Infatti, dopo la mia conversione le visite alle chiese – sempre ortodosse – erano di interesse particolare per me. In ogni chiesa guardavo attentamente alle icone e cercavo di capire il messaggio spirituale che nascondevano in sé quelle sacre immagini, cosa volevano dire quei volti solenni e pieni di saggezza interiore e che legame c’era con tutto ciò che stavo vivendo in quella epoca.

La sera del primo giorno, già stanche, andavamo per la strada principale - la prospettiva Nevskij. Ci dirigevamo verso la cattedrale della Madonna di Kazan - una delle più famose di Pietroburgo. Già eravamo davanti ad essa, al lato contrario della prospettiva Nevskij. Ma prima di attraversare la strada, la zia ci ha indicato un altro edificio davanti il quale stavamo, stretto tra due palazzi alti. Dico “edificio” perché non assomigliava a nessuna delle chiese che ho viste prima - se non ci fosse stata la croce sopra non avrei nemmeno pensato che fosse una chiesa! Non c’erano delle cupole della forma a cipolla, e anche la croce era diversa: semplice, senza quelle barre trasversali in alto e in basso delle croci ortodosse. “È una chiesa cattolica”, - ci ha spiegato mia zia, che conosceva Pietroburgo molto meglio - “Volete vederla?”.

Sì che volevamo vederla, tutte eravamo incuriosite. Ci siamo entrate. Uno spazio chiaro e luminoso, le lunghe fila delle sedie di legno; nel fondo, sopra l’altare (anche se all’epoca non sapevo che era l’altare) c’era una grande croce di legno – sempre quella semplice, senza trasversali supplementari.

Subito mi ha avvolto un sentimento particolare, per la prima volta nella mia vita. Mi sentii molto bene lì. Mi è sembrato che quella pace che cominciavo a sentire dentro di me dopo l’aprile della mia conversione si era concentrata tutta dentro questa chiesa; non era più soltanto dentro di me – era dappertutto, la stessa aria sembrava essere permeata da questa pace. Ho sentito la presenza di qualcosa molto più grande di me, molto più grande di tutto ciò che potevo immaginare, una Forza potente – ma non la Forza che fa paura o minaccia, ma la Forza che protegge e che ama, che copre con la Sua grazia. Mi sentivo abbracciata da questa Forza, attorniata da quest’Amore di cui era riempito tutto lì; non avevo mai provato un simile senso di serenità e di calma letizia - letizia perfetta ed inspiegabile, dovuta al solo fatto che stavo qui, dentro questa chiesa, e potevo contemplare con ammirazione questa Presenza invisibile e evidente nello stesso tempo. Come se dopo un lungo e duro viaggio mi ritrovassi finalmente a casa, accolta tra i miei che mi amano.

 Nel transetto a destra c’era una piccola cappella con il Crocifisso e la statua di Madonna accanto. Quella cappella mi ha affascinata di più e mi attirò a sé: mi sedetti davanti il Crocifisso nel silenzio.

Non potevo distogliere lo sguardo dalla figura di Lui appeso sulla croce, con il volto stanco e nello stesso tempo tranquillo; mi ricordai di nuovo delle mie riflessioni, del perché non voleva scendere dalla croce. Ammiravo la tenera e mite figura di Madonna, con il viso leggermente inchinato in basso con l’espressione d’infinita ubbidienza, fedeltà e amore. Sembrava essere l’incarnazione, l’ideale, l’apice di quella "umiltà e mitezza” di cui cercavo invano di riempire la mia vita. Ebbi una sensazione che era proprio l’incarnazione di questa misura nuova cui cercavo di essere conforme – in questa chiesa ho trovato la fonte di tutti i cambiamenti che sono successi dentro di me dopo quell’aprile.

Nel frattempo mia zia, mia mamma e mia sorella avevano compiuto il loro giro per la chiesa e stavano per uscire. Avrei preferito di rimanere lì per sempre, ma ho dovuto alzarmi e raggiungere le altre.

 

Attraversammo la strada e ci mettemmo nella fila per entrare alla cattedrale della Madonna di Kazan. Una cattedrale famosa, uno dei simboli di San Pietroburgo – ma io guardavo con ansia all'altro lato di Nevski, dove c’era la chiesa cattolica. Alla fine, però, mi sono un po’ rassicurata: stavamo per visitare un'altra chiesa, - di più, una delle chiese principali, grande, russa, ortodossa – ed ho sperato che magari sarebbe successa la stessa cosa lì.

Vi siamo entrate. Veramente era una cattedrale bellissima, immensa, con le migliaia di candele che lanciavano una luce tremolante alle antichissime icone. C'era molta gente dentro, sia turisti che i fedeli; mia mamma leggeva con molta attenzione tutte le spiegazioni e cercava di approfondire le sue conoscenze di architettura, storia e iconografia; mia zia guardava nel silenzio le icone, immersa nei propri ricordi e riflessioni; mia sorella era già stanca e ci aspettava sulla panchina all'uscita. Io, invece, ho girato lentamente per tutta la chiesa, desiderando ferventemente di rivivere ancora quel meraviglioso stato d'anima che avevo avuto pochi minuti prima. Cercavo di concentrarmi, ma non succedeva nulla. Guardavo nel silenzio l'iconostasi, le portacandele, le colonne oscure e massicce che si perdevano in alto... Infatti, queste colonne avevano una base molto larga e dello stesso colore del pavimento; tutta immersa nei miei pensieri non me ne accorgevo e qualche volta mi sono inciampata, facendo del rumore che creava una forte eco in tutta la chiesa. Mi confusi ancora di più. Mi fermai davanti ad una icona e guardando con perplessità il volto austero e serio di un santo, pensai con grande tristezza che era a causa dei miei peccati che non potevo sentire più nulla qui, in questa bellissima chiesa ortodossa.

 


 

V

 

Di quella nuova e straordinaria esperienza che ho vissuta a San Pietroburgo è rimasto un bellissimo ricordo, ma già dopo pochi giorni dal nostro ritorno a Mosca è iniziato il nuovo anno accademico. Inoltre era l'ultimo anno di scuola per me, e dovevo dedicare tutto il tempo alla preparazione agli esami finali per poter entrare poi in estate all'università.

Comunque, il mio cammino di conversione continuava - a passi piccoli e incerti, in modo disordinato e a casaccio, ma continuava.

Il mio interesse per tutto ciò che anche debolmente accennava alla religione si era acutizzato; se in qualche libro che studiavamo a scuola capitava un frammento in cui si parlava di Dio o di fede – anche se il libro in generale poteva essere dedicato a tutt’altro tema! – quel libro acquistava subito un’importanza speciale per me. In particolare mi ricordo un frammento da “Olesia” di Aleksandr Kuprin:

 

Pensi che Dio non ti accoglierà? - Continuai con una crescente veemenza. - Che non avrà misericordia di te? Colui che, avendo nel suo potere tutto l’esercito celeste, è sceso, tuttavia, a terra ed è andato incontro a una morte orribile e vergognosa per la redenzione di tutti gli uomini? Colui che non ha disdegnato il pentimento dell’ultima peccatrice e che ha promesso a un ladro e assassino che quel giorno sarebbe salito in Paradiso con lui?.

 

  La trama del libro, infatti, non mi interessava molto, si trattava di una tutt'altra cosa e non di religione. Quel frammento, però, è rimasto inciso nella mia memoria per molto tempo. Mi veniva nella mente quella scena della crocifissione dalla Bibbia per bambini; la rileggevo e cercavo sempre di capire, qual'era quel grande senso che avevano per me quelle righe.

Ogni passo "religioso" come quello di "Olesia" lo copiavo premurosamente in un quaderno speciale per poi rileggerlo di nuovo e di nuovo. Avevo un’immensa sete di conoscere di più la mia fede, di capire meglio cosa stava succedendo, e non avendo nessuna persona a cui poter rivolgere le mie domande, cercavo con avidità qualsiasi possibilità di ricevere risposte. Inoltre anche se una tale persona ci fosse stata, all'epoca non avrei mai osato parlare con nessuno della mia fede: nella mia famiglia sarebbe stato come riconoscersi apertamente pazza. Infatti, nel mio isolamento spirituale mi sembrava che alle volte stavo diventando proprio pazza: sono cresciuta in un mondo ateo e materiale, dove tutto doveva essere razionale e spiegabile, dove non esisteva Dio, ed adesso non potevo spiegare bene nemmeno a me stessa cosa stavo vivendo, cosa erano tutti questi sentimenti nuovi.

Così, i libri, i personaggi letterari, i loro comportamenti, i loro discorsi erano per me quasi l’unica fonte della mia educazione religiosa. Comunque, visto che di solito in questi libri si trattava di qualcos’altro e non di religione, e tutti quei frammenti erano nella sua maggioranza casuali, le mie conoscenze erano un grande caos dove mi perdevo sempre di più. Però, c’era il grande Dostoevskij, che mi è stato veramente di un grande aiuto. A scuola dovevamo leggere il “Delitto e castigo” che è il libro dalla profondissima filosofia religiosa. Mi ha colpito in particolare la scena in cui Sonia legge a Rascolnikov il Vangelo di Giovanni, il racconto della resurrezione di Lazzaro. Mi stupiva in Sonia quella sua fede invincibile, il suo amore per Dio, il fiducioso abbandono in Lui che dimostrava nonostante tutte le vicissitudini della propria vita; sembrava essere inspiegabile, e nello stesso tempo ne intuivo la chiave per capire cosa significava avere la fede. L’immagine di Dio diventava sempre più misteriosa: non era una Forza potente ed ignota, ma qualcuno vicino, misericordioso, pieno dell’amore paterno.

Sempre dopo quel viaggio a Pietroburgo era nato in me l’interesse anche per Madonna. Una volta ci hanno mostrato a scuola la "Madonna Sistina" di Raffaello. Infatti, non ci insegnavano quasi niente di storia dell'arte, e il quadro ci fu spiegato nel modo molto semplice e superficiale, ma io ascoltavo ogni parola della nostra maestra con un'immensa attenzione. Poi, a casa, ho trovato la “Madonna Sistina” su internet, e guardavo senza fine quel viso tenero e dolce, pieno di tristezza e amore, esempio della fede perfetta.

 

*********

Grazie a mia madre, dall'età di sei anni frequentavo lezioni di pianoforte, anche se senza molto desiderio di farlo e soltanto per ubbidire a lei. Dopo il sesto anno di quelle lezioni, quando avevo circa dodici anni, ho dichiarato apertamente di non volerlo fare più, e mi hanno lasciato in pace, visto che dovevo anche iniziare a breve il liceo e scegliere già le materie speciali da studiare. Con grande dispiacere di mia mamma, non toccavo lo strumento quasi mai più - fino alla mia conversione.

Mia mamma era sempre impegnata al lavoro, tornava a casa tardi, ma alle volte di sera suonava il vecchio pianoforte che avevamo: i notturni di Chopin, di Glinka, e, tra l'altro, l’"Ave Maria" di Schubert. Dall'infanzia conoscevo bene questo brano, ma solo dopo la mia conversione mi sono accorta che era proprio "Ave Maria" - che era una preghiera. Infatti, nello spartito c'era anche il testo scritto sotto le note. Ave Maria, grazia plena, Dominus tecum... Molto emozionata, cercavo di trovare la traduzione dal latino, che all’epoca non capivo quasi per niente; ho copiato il testo nel quaderno e l’ho imparato a memoria.

Quanto stupore e quanta gioia ha provato la mia povera madre quando una sera è tornata a casa ed ha trovato sua figlia minore al pianoforte che cercava con diligenza di imparare a suonare "Ave Maria" di Schubert! Non era tanto facile dopo circa quattro anni che non mi avvicinavo quasi per niente allo strumento, ma con aiuto di mia mamma ce l'ho fatta. Mia mamma era molto contenta e felice di vedermi suonare di nuovo, ma non sapeva cosa mi aveva fatto ricominciare. Cara mia mamma! Adesso, quando suono quasi ogni sera a casa, il pianoforte è diventato per me indispensabile, provo per lei un'immensa gratitudine per avermi fatto studiare musica. "Vedrai che dopo capirai quanto è bello, saper suonare il pianoforte" - mi diceva mia mamma da piccola, quando mi opponevo a frequentare le lezioni di musica. E veramente l'ho capito. Anche se, magari, nel senso un po’ diverso rispetto a ciò che sottintendeva mia madre.

Ma "Ave Maria" non era per me soltanto un bello brano da suonare, era qualcosa molto di più: dietro la musica vedevo di nuovo quell'immagine di umile e mite Madonna, e rivolgevo a lei la mia preghiera con le parole suonate, le parole che ancora non osavo pronunciare. Suonavo male, dovevo imparare ancora molte cose tecniche, ma quel brano era per me del valore speciale, e mia madre non poteva non notarlo . “A cosa stai pensando quando stai suonando l’Ave Maria?" mi chiese una volta con stupore mia mamma, che ogni tanto veniva a correggermi mentre suonavo. Mi sono imbarazzata tantissimo e non sapevo cosa risponderle.

 

Mossa dal desiderio di sapere di più del cristianesimo e della mia fede, ho letto una volta un articolo sull’internet scritto da un ortodosso. Prima ha esposto in breve tutte le differenze dogmatiche dell’ortodossia con le altre confessioni cristiane, ma non ho capito assolutamente nulla ed ho semplicemente saltato quel pezzo; poi, tra l’altro, ho letto che “a differenza del cattolicesimo, la religione ortodossa mette al primo posto l’umiltà interiore...”. Ecco, quindi, pensai io, la differenza con i cattolici! Sinceramente riconobbi che davvero l’umiltà doveva essere al primo posto e che, dunque, i cattolici sbagliavano. Infatti, a quell’epoca le differenze confessionali non erano ancora di grande importanza per me; di quella sera a Pietroburgo mi ricordavo con dolcezza, ma ne pensavo soltanto come al momento in cui Dio ha voluto rivelarsi a me, dimostrare a me la Sua presenza tanto reale e tanto pieno d’amore – e solo Lui sa perché ha voluto scegliere per questo proprio quell’ambiente. Ragionando così, mi sono data la spiegazione del perché non succedeva più nulla di simile in tutte le chiese ortodosse che ho visitate dopo: perché dimostrarmi di nuovo la propria esistenza se credevo già?

Dallo stesso articolo ho saputo pure che era sbagliato il modo in cui facevo il segno della croce. Era scritto che lo si deve fare da destra a sinistra, mentre che io lo facevo sempre da sinistra a destra, proprio come латиняне (cattolico?). La successiva volta che mi misi a pregare ho provato a fare il segno della croce da destra a sinistra. Mi sembrò molto scomodo ma decisi che era così a causa della mia abitudine di farlo al contrario e pensai poco dopo mi sarei abituata.

Una sera, comunque, dopo aver pregato, mi sono distratta e ho fatto per sbaglio il segno della croce come prima, da sinistra a destra. È stato molto più comodo, molto più naturale, mi dava un perfetto senso del compimento della mia preghiera; come se, dopo molti tentativi di scrivere con la mano sinistra, avessi finalmente ripreso la penna nella mano destra. Non sapevo spiegarmi il perché, ma visto che non pensavo ancora né della possibilità del battesimo, né del bisogno di frequentare la chiesa, decidi allora di continuare a fare il segno della croce così come ero già abituata, da sinistra a destra.

 

Alla fine dell'anno accademico dovevo fare gli esami per entrare all'università. Ho scelto la facoltà di medicina della stessa università dove i miei genitori avevano studiato la fisica – l'Università di Lomonossov. Infatti, la scelta è stata quasi casuale: in famiglia non avevamo nessun medico o qualcuno che mi poteva aiutare a capire in cosa consiste veramente questa professione, ho visto la facoltà della medicina fondamentale nella lista sul sito dell’università e l’idea di poter diventare il medico mi sembrò molto attraente. Di più, era la facoltà’ della medicina fondamentale, ciò che significava che, volendo, avrei potuto diventare una ricercatrice – ne stavo pensando sin dall’infanzia. Comunque, una volta ho provato il desiderio di studiare le lettere - il francese era veramente la mia passione a scuola, e a poco a poco continuavo a leggere anche “L’italiano in tre mesi” – ma quando l’ho espresso a mia mamma, lei era fermamente contro: diceva che le materie umanistiche non servono a niente se non solo per il proprio tempo libero. Comunque, la medicina è sembrata un'ottima scelta sia a me che a lei, e ho messo tutte le mie forze per la preparazione agli esami di biologia e chimica. Per entrare a Lomonossov e ricevere il posto gratuito alla facoltà della medicina fondamentale dovevo avere il punteggio quasi massimale - la mia famiglia non avrebbe mai potuto sostenere lì i miei studi. Dopo i mesi della preparazione intensa e stressante, dopo la paura di non farcela, di essere bocciata e di mancare alle attese dei miei parenti, nella fine di luglio ho finalmente trovato il mio cognome nella lista degli studenti ammessi al primo anno. La mia felicità era infinita, i miei genitori, mia sorella, tutti i miei parenti e maestri a scuola erano orgogliosi di me, ed io non vedevo l’ora che venisse settembre per iniziare l’università.


VI

 

Anche se durante i primi mesi ero veramente felice di studiare a Lomonossov – la migliore e la più prestigiosa università dove molti sognavano di entrare, – il primo anno di medicina è diventato l'anno di una grande delusione.

 Non avendo nessun parente medico, non sapevo cos'era veramente una malattia grave, una sofferenza umana, l'assenza delle cure effettive, la morte, ed avevo un'immagine troppo romantica e troppo idealizzata della mia futura professione.

Speravo che sin dai primi mesi avremmo studiato in ospedale, accanto agli ammalati; ma al primo anno non si studia che le materie fondamentali – chimica generale, chimica organica, fisica generale, fisica biologica, citologia, istologia... Di più, nella mia università – Lomonossov, la più famosa in tutta la Russia per la sua attività scientifica, – quelle materie si studiano molto più profondamente rispetto a quanto serve ad un futuro medico che a non ad un ricercatore. In particolare, mi ricordo le lezioni di citologia: la professoressa, una signora molto simpatica, piena di energia nonostante la sua età, ha dedicato tutta la sua vita da ricercatrice allo studio delle cellule, mossa dal puro "istinto di ricerca" e senza quasi nessun riferimento alla medicina.

Non era importante se si trattava di una cellula umana o di quella di un’alga, o del più innocuo batterio trovata recentemente nella fossa delle Marianne - è vero che non causava nessuna malattia, ma comunque destava interesse soltanto per il solo fatto della sua esistenza! - quella professoressa ci offriva un oceano di’informazioni con un raro e sincero entusiasmo dovuto soltanto ad una vera devozione alla propria materia. Le cose che, come ho saputo dopo, erano spiegate nelle altre università e facoltà di medicina nel modo molto più superficiale per poter utilizzarle con più facilità nelle seguenti materie cliniche – le stesse cose la simpaticissima professoressa ci spiegava con innumerevoli dettagli, la grande parte dei quali erano scoperte da lei stessa durante le sue recenti ricerche.

Il regime degli studi era molto duro: sei giorni per settimana uscivo da casa alle sette per arrivare alle nove ai corsi; dopo l'ultima lezione e un altro paio di ore nel trasporto arrivavo a casa verso le sette o otto di sera, cercando di ripassare le materie per l'indomani e di non addormentarmi già sull'autobus. La domenica, l'unico giorno di "riposo", era invece l'unico giorno in cui si poteva studiare con calma a casa e prepararsi alle innumerevoli lezioni e test della nuova settimana.

 

Provavo sempre il grande desiderio di continuare a progredire nella conoscenza della mia fede, sempre nascosta e segreta - ma raramente mi potevo permettere di spendere il prezioso tempo a leggere qualcosa oltre i miei studi universitari.

 Comunque, il Signore mi dava sempre il mezzo per conoscerLo: anche le stesse materie universitarie me ne aiutavano.

Quando, assolutamente disperata, qualche giorno prima dell’esame di citologia cercavo di memorizzare i nomi di una decina di proteine e fermenti che sono coinvolti nel meccanismo del trasporto del materiale nucleare attraverso il poro nucleare, composto di un’altra bella decina di proteine e glicolipidi, ognuno con un proprio nome, verso i ribosomi (un'altra decina di proteine, e recentemente la nostra professoressa ne ha scoperto delle altre nuove), dietro tutto quel oceano dell'informazione ad affrontare sono stata improvvisamente colpita dal genio di Colui che avrebbe dovuto inventare tutto questo. Veramente sembrava incredibile che tutto quello strabiliante ordine, questo sistema complicato, ben calcolato, funzionante con una precisione stupenda, poteva nascere spontaneamente dal caos, come cercavano di spiegare gli atei. Anche se mi stufavo di memorizzare tutti questi dettagli, destinati ad essere dimenticati subito dopo l'esame, non potevo non provare un grande stupore davanti all'opera del Creatore, ingegnere ed architetto geniale, che ha fatto tutto con una tale saggezza.

Infatti, prima, sin dalla mia infanzia, ero sicura che la scienza fosse una dimostrazione del fatto che Dio non esiste. Grazie alla mia scientifica e laica università, diventai assolutamente convinta che la scienza fosse una dimostrazione perfetta del fatto che Dio esiste.

 

 

Prima di iniziare il secondo semestre abbiamo dovuto fare il primo tirocinio all’ospedale: non sapendo fare assolutamente nulla assistevamo le infermiere nelle cose più semplici, come pulire le stanze, lavare gli ammalati gravi, trasportarli nelle carrozzine da un reparto all’altro, accompagnarli a fare un esame e dargli a mangiare dal cucchiaino come ai piccoli bambini. Dopo le lunghe ore nelle sale universitarie, dove stavamo ascoltando le lezioni sui meccanismi biochimici che reggono la vita di una cellula, abbiamo finalmente visto cos'era la professione medica dall’interno dell’ospedale. Non era affatto quell’immagine ideale che mi ero creata all'ultimo anno di scuola: i medici che curano le malattie e che salvano le vite, i pazienti felici che tornano sani a casa...

In quel reparto di medicina interna generale non succedeva nulla di simile. Quasi tutti i pazienti erano persone anziane, nella maggioranza incurabili; alcuni dovevano rimanere lì perché non c'era più posto per loro negli altri reparti; c'erano anche dei vecchi abbandonati da tutti i parenti – per loro tornare a casa significava morire senza poter nemmeno muoversi da soli; c’erano dei giovani drogati, gialli dell'epatite o terminali da A.I.D.S.; in fine c'erano i senzatetto portati all'ospedale dalla strada ubriachi e congelati. Ma questo non mi spaventava; molto peggio erano i medici: la loro quasi totale indifferenza era la cosa che mi ha scioccata di più.

In particolare, mi ricordo che una volta ho dovuto portare una vecchietta alla consulenza del chirurgo in un altro reparto: per arrivarci bisognava fare un lungo tragitto sotterraneo dove faceva sempre molto freddo visto che fuori c’era il gelo di gennaio. Quella signora molto anziana - aveva circa 90 anni - stava sempre a letto, era piccola e fragile come una bambina, ogni movimento le faceva molto male, e con una grande fatica riuscii ad aiutarle a spostarsi dal letto alla carrozzina. Anche se cercavo di coprirla con tutte le coperte che potevo trovare nella sua stanza, soffriva terribilmente dal freddo e tossiva; quando siamo arrivate da quel chirurgo, dovevamo ancora fare la fila. Faceva fatica di star seduta, aveva freddo; le tenevo la mano per darle coraggio di aspettare ancora un po’, promettendo che dopo la visita di quel medico l’avrei portata subito nella sua stanza. Poverina, nemmeno non capiva bene cosa stava succedendo, ma, guardandomi con lo sguardo infantile e pieno di fiducia, annuiva e pazientava. Alla fine, quel chirurgo è uscito dal suo gabinetto, ha chiuso la porta ed ha detto che aveva finito il lavoro per oggi. Dalla fila siamo rimaste soltanto io e la mia vecchietta. Ho cercato di spiegare a lui la situazione, il percorso lungo che abbiamo fatto per arrivare da lui, lo stato grave di quella signora, ma non mi voleva nemmeno ascoltare. Mi disse di tornare indietro e se ne andò. Ero arrabbiata con lui e nello stesso tempo mi sentivo assolutamente impotente.

Quando siamo tornate al nostro reparto, chiesi la spiegazione alla dottoressa ma lei scrollò le spalle con indifferenza. Ho proposto allora di invitare la prossima volta il chirurgo al nostro reparto invece di portare giù quella povera signora, ma lei mi sgridò e mi disse di andare a fare i fatti miei.

 

Mi ricordai allora delle parole di un nostro professore, che ancora all’inizio del primo anno ci aveva parlato della medicina in generale. Un traumatologo eccellente, ha veramente salvato molte vite – vittime di terremoti, attentati, diluvi... Era una persona molto autorevole, il suo lavoro ha indurito il suo carattere e lo ha abituato a prendere le decisioni fermi e a non cambiarli più. Ci disse in una delle prime lezioni che il suo lavoro non era fondato sulla compassione. Disse, che se avesse condiviso il dolore di ogni suo paziente, sarebbe finito in un ospedale psichiatrico già da qualche anno, e non avrebbe salvato più nessuno. Faceva il suo lavoro proprio perché era il suo lavoro. Così come il tecnico ripara il meccanismo rotto.

Mi spaventarono le sue parole già a quel tempo; ora scoprii che coincidevano con tutto ciò che avevo visto durante il mio tirocinio. Chissà se quei medici dell’ospedale non avranno forse provato compassione ai loro primi pazienti? Ma poi, forse veramente era impossibile trattare ogni paziente come un proprio parente, poco a poco ogni sofferenza umana diventava una cosa normale alla quale ci si abitua e non si vede più nessuna drammaticità, come nel caso di quella povera signora anziana che avevo dovuto portare dal chirurgo.

Mi sono veramente spaventata quando ho realizzato la scelta della professione fatta. Non volevo diventare così come quei medici, non volevo lavorare con loro e diventare come loro, tanto indifferenti e perfino crudeli. Non volevo trattare la persona sofferente come un meccanismo rotto, e nello stesso tempo avevo paura di riconoscere che forse era veramente l’unico modo per non finire in un ospedale psichiatrico.

Adesso, dopo aver fatto tanti tirocini già quasi come medico e non più come infermiera, so che nel sistema attuale in cui funzionano gli ospedali pubblici, quel chirurgo deve far migliaia di visite ogni giorno per uno stipendio quasi misero, e la buona metà di queste visite non sono che una pura formalità soltanto per far scrivere nella cartella “una consulenza specialistica” perché per giustificarsi davanti la legge si dove sempre far finta di fare qualcosa anche quando non è possibile far niente, e magari nella sua stanchezza alla fine del giorno lavorativo allora non ha voluto fare un’altra visita formale perché al primo sguardo aveva visto che non c’era nessun modo per aiutare quella signora che non sarebbe sopravissuta a nessun intervento chirurgico... È anche il sistema intero che è sbagliato, che fa perdere tanto tempo con la burocrazia invece di passarlo con i pazienti, ma nessun sistema, pur il più crudele e rigido, può giustificare l’indifferenza personale!..

 

 Ma cosa si poteva fare allora in medicina? È diventato per me un vero dramma; mi sono ricordata del mio desiderio di studiare le lingue, la letteratura, le cose che “non servono a niente” - quanto avrei voluto lasciare la facoltà di medicina e dimenticare tutto questo incubo!

Nonostante tutto, non ho avuto il coraggio di cambiare la facoltà. Ho fatto troppa fatica ad entrarci per lasciarla tanto facilmente, e poi, mia mamma era sempre contro le materie umanistiche, la nonna era sempre felice di immaginarmi come proprio medico curante, e alla fine in me rimaneva sempre la speranza che avrei potuto trovarmi un posto giusto in medicina senza diventare simile ai quei medici. Ma dove trovare questo segreto che aiuta a rimanere compassionevole al dolore degli altri, che preserva dall’aridità e indifferenza? “È impossibile amarli tutti” – mi disse una mia amica, quando condivisi con lei le mie preoccupazioni riguarda la nostra futura professione, – “devi semplicemente fare il tuo lavoro. Altrimenti avrai una sindrome da burnout professionale e finirai dal psichiatra.”.

 "È impossibile". È capace l’uomo di trovare dentro di sé le forze per amare tutti? Apparentemente no. La mia fede era ancora troppo poca in quel tempo per capire che Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile (Mt 19,16).

 

Comunque, nella mia grande delusione nella medicina ho cercato di studiare anche le cose che mi piacevano veramente, anche se sembrava assolutamente impossibile con l’orario che avevo.

Nel secondo semestre siamo stati incredibilmente fortunati: il lunedì le lezioni cominciavano alle 11 invece delle 09.00. Ho trovato l’orario della facoltà delle lettere ed ho visto che proprio dalle 09.00 alle 10.30 c’era una lezione di italiano per i studenti del quarto anno. Ci andai; non era proprio una lezione di italiano come me lo aspettavo – piuttosto la letteratura italiana e in italiano. La professoressa era italiana e non parlava che italiano; oltre me c’erano soltanto tre o quattro studenti del quarto anno che parlavano italiano già quasi come la professoressa. Le mie scarse conoscenze acquistate grazie a “L’italiano in tre mesi” erano sufficienti soltanto per capire che loro stavano discutendo di qualche libro che tutti dovevano aver letto per quella lezione. Non capivo quasi nulla del loro discorso; stavo immersa nei vari pensieri. Mi sembrava incredibile che esistono dei studenti che vengono alle lezioni per studiare le lingue, per leggere i libri interessanti, per fare tutto ciò per cui io cercavo disperatamente di trovare una sola oretta libera in intera settimana.

  Non sono andata che solo tre o quattro volte a quelle lezioni: alle volte furono spostate al più tardi quando non potevo più venire, alle volte annullate, alle volte mi mancava terribilmente il tempo dovendo preparare qualche test di medicina – alla mia facoltà rimanevo una delle migliori studentesse e non volevo mai trascurare i miei studi principali.

 

Comunque, quel libro che loro stavano discutendo in quella prima lezione – “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia – l’ho preso pure io. Cercavo di leggerlo durante la settimana, nelle brevi pause tra le lezioni di chimica e di istologia, sottolineando ogni parola che non conoscevo (e non conoscevo quasi nessuna parola!). Poi cercavo di memorizzare tutte le parole nuove mentre tornavo di sera a casa nell’autobus. È diventato un passo immenso per la mia conoscenza dell’italiano. Il mio vocabolario si è arricchito rapidamente; di più, ho imparato le coniugazioni di molti verbi, l’uso delle preposizioni, le varie strutture grammaticali.

 

C’era pure una frase in latino che non ho potuto tradurre e per questo ho chiesto aiuto alla nostra professoressa di terminologia latina e greca. Gli studenti medici non studiano, purtroppo, proprio la lingua latina o greca, ma soltanto le radici delle parole – per capire la terminologia anatomica (è stato proprio a quel tempo e grazie alle lezioni di quella professoressa che ho scoperto il significato del nome del mio cane!). Comunque, quella professoressa conosceva benissimo sia il latino che il greco e mi ha aiutato molto volentieri – di più, era contenta che nel tempo “libero” cercavo di studiare le lingue. Poi, in primavera è tornata da un breve viaggio in Terra Santa e mi ha regalato alcuni granelli di senape portati da Galilea. Non so perché l’ha fatto – non parlavo mai con lei della mia fede! – ma ho accettato il dono con grande gioia e gratitudine. Era il tempo della Pasqua ortodossa; ho piantato i granelli in un vaso alla finestra e con gioia e tenerezza li vedevo crescere, sempre con la meraviglia della mia mamma che non capiva da dove in me era nato quello strano interesse per botanica che non avevo dimostrato mai prima.

Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami. (Mt 13, 31-32)

Dietro le finestre c’era ancora la neve e il freddo, ma quelle piante verdi e fragili erano per me come un saluto inaspettato dalla Galilea lontana, dove, come già in quel tempo ero sicura, due mille anni fa insegnava e compiva i miracoli il mio Signore.

 

Così è passato il primo anno accademico; in giugno ho fatto tutti gli esami, e dopo il secondo tirocinio nel ospedale dalla fine luglio ero finalmente in vacanza, completamente esaurita e stanca.

 Nel mese di agosto io, mia sorella e mia mamma abbiamo fatto un tour d’autobus nei paesi del Mar Baltico – Lettonia, Lituania ed Estonia. Quando eravamo a Palanga, una piccola cittadina al mare, avevamo circa due ore libere di mattina prima di partire. Mia mamma e sorella volevano fare il giro sulla strada principale e comprare dei souvenir, io invece ho chiesto di rimanere sulla spiaggia.

La spiaggia era quasi vuota: il mar Baltico è troppo freddo per fare il bagno; visto che era ancora molto presto i turisti erano pochi. Mi sono seduta da sola sulla sabbia bianca e un po’ umida dalle gocce dell’acqua: davanti a me fino all’orizzonte si stendeva il mare freddo, austero e solenne, con le onde pesanti che ogni tanto s’infrangevano sulla riva con un mormorio cadenzato e si ritiravano poi indietro, lasciando nell’aria l’odore marino e degli spruzzi brillanti. C’era il silenzio e non si sentiva che questo mormorio tranquillo e imperturbabile di quel perpetuum mobile messo in moto da una Forza potente e saggia - la Forza di cui ormai conoscevo il nome. Ho sentito una profonda pace nella mia anima, fui avvolta di un’immensa gratitudine e una sincera ammirazione davanti Colui a cui sottomettevano queste onde – Colui che ha lo stesso potere sia sui più piccoli elementi dentro una cellula che sulle sue creature più immense e maestosi come quel mare grigio e austero. Di nuovo fui colpita dal riconoscimento del Creatore, dalla comprensione che questa bellezza rara e straordinaria non poteva apparire da sola, ma era dovuta all’Altro.

Così Dio si è rivelato a me anche in un altro modo: grazie sempre a Lui, ho imparato a vedere i segni della Sua presenza ovunque, il Suo riflesso in ogni Sua creatura.

 


 

VII

 

 

Durante le vacanze estive dopo il primo anno di medicina scoprii l’esistenza di un’ associazione volontaria, “Moscow Greeter”, di cui i partecipanti facevano gratis da guida ai stranieri – per il piacere di mostrare la propria città e per praticare le lingue straniere. Mi sono iscritta, e quasi subito a me furono consegnati i miei primi turisti – una famiglia siciliana. Ero molto nervosa, non ero sicura né delle mie conoscenze di storia di Mosca, né tanto meno delle mie capacità di esprimermi in italiano, ed ho cercato di prepararmi a quella prima escursione come ad un esame più duro – meno male che alla mia facoltà gli esami duri non mancavano mai ed ero già abituata.

È stata una bellissima esperienza: è andato tutto molto bene; quei siciliani sono diventati miei carissimi amici e lo sono fino ad oggi. Comunque, durante quell’escursione abbiamo visitato una chiesa ortodossa; la signora mi ha chiesto se ero ortodossa: m’imbarazzai moltissimo a questa domanda e, cercando di inventare qualche risposta, balbettai qualcosa di poco comprensibile. Con mio sollievo, la signora non insistette e il pericolo passò.

 

È diventato uno dei miei hobby preferiti: facevo da guida ai turisti francesi (ero tanto felice di parlare di nuovo quella lingua che mi piaceva tantissimo a scuola!), inglesi, americani... Molti miei amici russi non capivano come mai lo facevo assolutamente gratis, spendendo il mio tempo – ma non capivano che ricevevo molto di più. Preparando le visite arrivai a una migliore comprensione della storia russa; elaborando gli itinerari cominciai ad amare molto più profondamente la mia città di cui prima non conoscevo quasi nulla oltre la Piazza Rossa; spiegando le cose ai turisti imparerai a parlare tutte le tre lingue in cui prima potevo soltanto leggere con l’aiuto del dizionario. Ma la cosa più preziosa è stata conoscere le persone di tutto il mondo – tanto diverse, di cui alcuni sono diventati veramente miei cari amici. Ogni mia escursione era una visita guidata pure per me stessa – nel mondo di un’altra cultura, di un altro paese che non avevo mai visitato.

C’era, però, sempre un problema: ovviamente entravo con i miei turisti nelle chiese ortodosse dove gli spiegavo sempre cos’era l’Iconostasi e com’era fatta, qual’era il significato del numero delle portacandele e altre cose del genere. Naturalmente, molti mi chiedevano se ero ortodossa, come aveva fatto la signora siciliana durante la mia prima escursione. Lo chiedevano per pura curiosità, mossi dal desiderio di conoscere meglio la cultura del paese attraverso una sua rappresentante, che ero io. Ma cosa potevo rispondere?

Alle volte rispondevo che ero ortodossa per non causare ulteriori domande – ma sapevo che era una menzogna, e, di più, sapevo di peccare nel mettermi insieme ai battezzati, a quelli che non nascondono a nessuno la propria fede come facevo io. Per questo altre volte dicevo soltanto che non ero battezzata, cioè la verità, ma questa risposta mi piaceva anche di meno perché si poteva pensare che non ero, quindi, nemmeno credente, e ciò che sarebbe un’altra menzogna e un peccato anche più grave visto che non avrei mai voluto rinunciare alla mia fede, già tanto evidente e preziosa per me stessa. Dire che non ero battezzata ma che volevo diventarlo significava svelare a persone quasi sconosciute le perturbazioni della mia anima che non potevo mettere in ordine nemmeno io stessa. In ogni modo possibile evitavo di toccare quel tema.

Ma chi ero io davvero? Non lo sapevo. Sapevo di essere credente; ero già assolutamente sicura che Dio in cui credevo era lo stesso Dio di cui narrava la mia vecchia Bibbia per bambini, che era Uno e Trino, che era Dio Padre, e il Signore Gesù Cristo, e lo Spirito Santo. Cominciai a leggere di nascosto anche la Bibbia normale: non ce l’avevamo a casa, ma l’ho trovata su Internet.

 

La mia fede cresceva e cominciava ad occupare un posto sempre più importante nella mia vita che non potevo più ignorare. Non sapevo spiegare cosa stava succedendo; una volta, mentre stavo andando in autobus all’università’, mi accorsi che stavo pensando di nuovo di Dio, che era Lui che occupava tutti i miei pensieri, e con grande stupore mi chiesi quando fossi diventata tanto credente. È stata un’iniziativa tutta Sua, alla quale non potevo e non volevo resistere, affascinata dalla novità che Lui ha portato nella mia vita.

Ma anche il fatto di essere credente mi creava nuovi dubbi. Era veramente fede ciò che stavo provando? Non ne ero sicura. Mi sembrava difficile capire che alla fede poteva essere dovuta quella inconfondibile pace che sentivo nell’anima, quella infinita dolcezza di cui si riempiva il mio cuore dopo le preghiere; tutto questo era molto diverso da come mi immaginavo la fede prima. Erano ancora molto forti in me le convinzioni instillate dalla mia educazione atea. A causa dei libri “dei pionieri”, dei discorsi di nonna Tamara, sin dall’infanzia pensavo che per i cosiddetti credenti la fede consisteva nel fare le cose buone sotto la minaccia di essere mandati in inferno. I credenti dovevano aver paura del loro Dio; forse potevano provare un certo amore per Dio – un amore da schiavi impauriti, ma assolutamente non si parlava mai dell’amore di Dio verso i suoi fedeli. Mi ricordavo della Bibbia per bambini, sin dal tempo in cui nonna Galia me la leggeva, che il Signore disse per mezzo dell’angelo ad Abramo, pronto a sacrificare Isacco (Gn 22,12): Теперь Я знаю, что ты боишься Бога.. “Ora so che tu hai paura di Dio”. In russo era scritto proprio cosi’: hai paura. Poi, molto tempo dopo, ho letto

 

..cognovi quod timeas Dominum et non peperceris filio tuo unigenito propter me.

 

Timeas Dominum – che tu temi Dio, e temere qui vuol dire non tanto avere paura, ma piuttosto provare un rispetto reverenziale, riconoscersi inferiore davanti alla grandezza di Dio. Così un figlio può temere il Padre, riconoscendo la Sua onnipotenza –ma non è uno schiavo che ha paura del tiranno. E, di più, la seconda parte della frase dell’angelo – non peperceris filio tuo unigenito propter me – indicava l’Amore che provava Abramo per Dio, l’amore che era per lui al di sopra di tutte le altre cose e per cui poteva sacrificare tutto e perfino il proprio unico figlio, perché riconosceva che ha ricevuto tutto per la grazia di Lui e non può nulla se non con Lui. Era l’Amore per Padre misericordioso che ha amato per primo il suo popolo prediletto.

 

Comunque, a quell’epoca non capivo ancora quasi nulla di questo; la mia fede, quindi, mi sembrava essere sbagliata fin dal principio. Sentivo un forte bisogno di parlare con qualcuno della mia fede, di chiedere consiglio a qualcuno che era veramente credente e che poteva chiamarsi cristiano a pieno diritto - e nello stesso tempo mi sembrava, o che mi avrebbero chiamata semplicemente pazza e mi avrebbero mandata dal psichiatra, o che mi avrebbero detto che la mia fede non era la fede se non era fondata sulla paura.

Al secondo anno di medicina dovevo frequentare pure le lezioni della storia di filosofia. L’educazione classica universitaria in Russia prevede che gli studenti debbano imparare, oltre la loro specialità principale, come la medicina per me, a livello base quasi tutte le altre materie, cominciando dalla filosofia e la teoria della probabilità e finendo alla cultura fisica e giurisprudenza. Grazie a quelle lezioni di filosofia, il secondo anno è diventato molto più piacevole per me, anche se i miei compagni si lamentavano che la filosofia era un vero spreco del tempo che sempre mancava. Ma quante scoperte potevo fare da queste lezioni! Ho visto che le domande che mi ponevo io erano le domande che l’uomo si poneva da sempre: Pitagora, Socrate, Aristotele con le loro riflessioni riguardanti l’origine del mondo e della nostra natura umana... La parte più preziosa, comunque, di quel corso è cominciata con la filosofia cristiana. San Agostino e la “Città di Dio”, le “Confessioni”, la “Trinità”; San Tommaso d’Aquino e le sue cinque prove dell’esistenza di Dio – davanti a me si apriva un oceano in cui magari potrei trovare alcune risposte per le domande che mi tormentavano. Con una gioia inesprimibile ho letto un frammento delle “Confessioni” da San Agostino in cui lui parlava del suo amore per Dio – e intuivo che San Agostino parlava dello stesso Dio che in quel tempo amavo già anch’io:

 

Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d'ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio.

(San Agostino. Le Confessioni, X, 6.8).

 

Un altro mio problema era il battesimo. Non potevo capire se ne avevo bisogno o no. Nei vari articoli che potevo trovare su Internet si parlava vagamente del peccato originale o dell’adozione filiale come delle ragioni per cui si doveva ricevere il battesimo, ma non capivo quasi nulla. Alle volte mi sembrava un semplice rito formale che mi avrebbe permesso poi di portare la crocetta al collo e chiamarmi cristiana – ma in questo caso a cosa mi poteva servire una pura formalità? Perché non potevo continuare a credere così come credevo? Ho tante volte sentito dire “Dio deve essere innanzitutto nell’anima, la chiesa e i riti non c'entrano niente". A cosa serve allora, veramente, la Chiesa se potevo pregare a casa, se potevo leggere la Bibbia a casa? Perché Dio dovrebbe essere in Chiesa più che altrove?

E a questo punto delle mie riflessioni sempre ritornava da me il ricordo della chiesa cattolica che avevamo visitato a San Pietroburgo, e dentro il mio cuore sentivo che Dio veramente era lì più che altrove, in un modo misterioso ed inspiegabile. Provavo una forte nostalgia, mi sembrava che mi mancava qualcosa molto importante, e vagamente intuivo che questa sete non poteva essere esaurita che nella Chiesa. Quindi, ritornavo al pensiero che dovevo ricevere il Battesimo. Ma allora mi ponevo un’altra domanda – in quale chiesa dovrei chiederlo?

 La risposta più facile sarebbe “nella chiesa ortodossa”, ma i dubbi sempre rimanevano. Ma perché il Signore ha scelto proprio la chiesa cattolica per rivelarsi a me? Nello stesso tempo mi sembrava incredibile che il Signore avesse voluto vedermi cattolica – me, russa, patriota del proprio paese e della propria città?

Per darmi una risposta ragionevole e ponderata, cercavo di capire meglio quali erano le differenze tra la chiesa cattolica e quella ortodossa.

A mia disposizione avevo l’intero Internet; ho trovato numerosi degli articoli dedicati alla spiegazione delle differenze tra il cattolicesimo e l’ortodossia. C’erano degli articoli neutrali che semplicemente elencavano le differenze dogmatiche e non pretendevano di indicare quale era la posizione giusta; comunque, molto più spesso mi capitava di leggere gli articoli scritti dagli ortodossi. Loro maggiormente cercavano di convincere il lettore che la Verità era soltanto nella Chiesa d’Oriente, mentre che quella d’Occidente fu chiamata perfino eretica; sottolineavano l’umiltà ortodossa a differenza della superbia romana. Ma non ero più quell’adolescente che credeva ciecamente a tutto ciò che leggeva; grazie alla mia scientifica università, ho acquisito la capacità di pensiero critico per valutare tutto ciò che era detto in modo categorico.

Ho saputo che il maggior punto di discordia consisteva nel Filioque che alcuni autori ortodossi chiamavano perfino una bestemmia contro lo Spirito Santo che mai può essere perdonata. Non riuscivo a capire, tuttavia, come mai potevano essere sicuri che lo Spirito Santo procede soltanto dal Padre e non Filioque; ho cercato di trovare la risposta nella Bibbia, ma non è diventato più chiaro. Ho letto nel Vangelo di Matteo il racconto del Battesimo di Gesù, da dove con una certa tristezza conclusi che lo Spirito non procedeva dal Figlio, anzi, scendeva su di Lui; ma quel fatto, comunque, non contraddiceva con la possibilità che lo Spirito Santo potesse procedere pure dal Figlio. Infatti, non potevo capire nemmeno perché era tanto importante saperlo, e, alla fine, come poteva l’uomo arrivare alla conoscenza sicura di quel mistero.

Una volta tra queste ricerche indefesse ho trovato un articolo in cui si parlava pure della Chiesa protestante. Infatti, a quell’epoca le mie conoscenze nel campo religioso erano tanto scarse, che pensavo che il protestantesimo fosse qualcosa molto simile al cattolicesimo – al contrario dell’ortodossia. Ma non sapevo assolutamente niente! Ho letto in quell’articolo che, tra l’altro, i protestanti negano il ruolo della Chiesa come mediatrice nei rapporti dell’uomo con Dio. Per un attimo mi è sembrata molto attraente questa idea: veramente, coincideva benissimo con i miei dubbi riguardanti il battesimo e la possibilità di avere una fede "personale", di “avere il Dio soltanto nell’anima”. Magari, eccola, la scelta perfetta per me? Per me, che non appartengo a nessuna chiesa, che prego sempre da sola, che non ho mai parlato con nessuno della propria fede e cui lo stesso pensiero di andar a parlare con un sacerdote infondeva un’immensa paura?

Comunque, l’idea tanto logica di poter farmi protestante non ha destato nessun eco nella mia anima; l’ho dimenticata molto facilmente e tornai alle mie ricerche. È difficile spiegare il perché. C’era qualcosa nella mia anima che negava ogni mio ragionamento razionale e che mi attirava sempre alla chiesa cattolica. Ma io volevo trovare una risposta razionale, ragionevole, una sola risposta giusta che mi dimostrasse dove era la Verità, nella chiesa cattolica o ortodossa. Non volevo ammettere che la Chiesa cattolica era eretica, e la necessità di fare la scelta mi stava sempre dinanzi.

Quanto mi disprezzavo per questa incertezza che provavo! Quante volte pensavo che avrei dovuto andare in una chiesa ortodossa e raccontare tutto al primo prete che avessi incontrato. Le mie instancabili ricerche nel campo teologale mi facevano pensare di mettere in dubbio proprio la mia fede, che era ormai diventata una parte indispensabile della mia vita. A volte mi pareva inutile cercare di trovare una sola risposta chiara che mi indicasse la Chiesa di cui dovevo fare parte. Alle volte mi accusavo di peccato nel dare troppa importanza a quell’esperienza vissuta a Pietroburgo. Alla fine, non erano che dei sentimenti! – ma proprio quei sentimenti mi impedivano di andare in una più vicina chiesa ortodossa a chiedere il battesimo. Voler diventare cattolica a causa dei soli pochi minuti vissuti ormai due anni or sono, essendo russa, avendo amici ortodossi, abitando in un paese storicamente ortodosso? Mi sembrava essere un capriccio, una pusillanimità, pigrizia nel prendere le decisioni concrete... Mi arrabbiavo con me stessa per questo, e nello stesso tempo continuavo le mie ricerche e pregavo il Signore, facendo il segno della croce da sinistra a destra.

 

Una sera ho saputo che non soltanto a San Pietroburgo, ma anche a Mosca c’erano delle chiese cattoliche. La più grande era la cattedrale dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.

Provai un forte desiderio di andarvi, ricordandomi della visita nella chiesa di Santa Caterina a Pietroburgo; ho studiato il sito della cattedrale nei più’ piccoli dettagli, ho imparato quasi a memoria l’orario delle messe. Ma potevo partecipare alla messa? Ne avevo dei forti dubbi. Magari potevo andare soltanto in chiesa, come una turista, come quella volta a Pietroburgo, ma non ero sicura che potevo andare a messa, dove forse soltanto i battezzati potevano essere presenti.

 La chiesa di Santa Caterina a San Pietroburgo si trovava sulla Prospettiva Nevski, cioè, sulla strada principale, ed era naturale che c’erano dei turisti. La cattedrale di Mosca, invece, si trovava un poco distante dal centro e anche dalla metrò; era poco probabile che qualcuno potesse arrivarci per caso, dalla curiosità, come un turista. Se fossi andata lì, mi avrebbero forse subito notata e cosa avrebbero fatto poi? Forse mi avrebbero detto di non venire più – cosa poteva fare in una chiesa cattolica una russa non battezzata come me? Avevo paura che la mia prima visita nella cattedrale sarebbe diventata nello stesso tempo l’ultima. Preferivo quindi di aspettare ancora un po’ di tempo per essere sicura se potessi – oppure non potessi – andarci.

Il mio desiderio di andarvi è stato realizzato alla fine in un modo molto facile. Le mie amiche dell’università hanno desiderato andare ad un concerto di musica d’organo – uno strumento abbastanza raro per la Russia, e all’epoca non l’avevamo mai sentito. Nella cattedrale cattolica si trovava uno dei più grandi organi della città; lì facevano spesso dei concerti. Era gennaio, scegliemmo un concerto di musica natalizia e decidemmo di andarci. Mi sono subito dichiarata disponibile ad aiutare per l’organizzazione: dovevo andare alla cattedrale un po’ di tempo prima delle altre e comprare dei biglietti per tutte. Ecco il motivo perfetto ed innocente per andare alla cattedrale!

Ci sono arrivata mezz’ora in anticipo. Con mia grande delusione, non facevano ancora entrare proprio in chiesa, e prima dell’inizio del concerto tutti dovevano aspettare nell’atrio. Alla fine mi hanno raggiunte le mie amiche, il concerto stava per cominciare, e ci hanno fatto entrare proprio in chiesa. C’era buio, i nostri posti erano in una delle navate laterali; proprio davanti a noi c’era una colonna e non si vedeva quasi nulla. Il concerto cominciò; la musica era molto bella – infatti, per la prima volta pensai, quanto felici dovevano essere quelli che possono cantare in chiesa, per il Signore, cantare la lode nella Sua casa! Ma non era soltanto la musica che mi riempiva di letizia inconfondibile. Ero in chiesa! Con la voce della ragione mi rimproveravo per questa gioia di essere in una chiesa cattolica, ma nello stesso tempo nel cuor mio provavo quella gioia e non acconsentivo a nessun rimprovero. Mi sembrava perfino che fosse una tentazione, che la chiesa cattolica non era che il frutto proibito; cercavo di persuadermi che non erano che sentimenti irragionevoli – e nello stesso tempo continuavo a sentirmi inspiegabilmente felice per il solo fatto di essere lì.

 

 

C’era ancora un altro problema: l’ateismo della mia famiglia. Mi rendevo conto che un giorno o l’altro la mia fede avrebbe cessato di essere un mio segreto e avrei dovuto confessarla ai miei. Ma cosa avrebbero detto? Come avrei potuto agire contro la volontà dei miei genitori che ovviamente non sarebbero stati in grado di capire la mia fede? Comunque, mi rassicuravo che non c’era ancora bisogno di parlare con loro: prima dovevo fare la mia scelta e diventare sicura di essa.

Infatti, qualche volta mi capitava di parlare con mia mamma o mia sorella della fede – se guardavamo qualche film o discutevamo qualche libro dove c’erano degli argomenti religiosi. In questo caso, dicevo sempre “secondo i credenti”, “per i credenti è cosi’”, “i credenti pensano che...”, mai in prima persona; mia mamma e mia sorella pensavano che tutti i miei ragionamenti sull’argomento erano dovuti al mio interesse alla filosofia, ai libri classici, ma mai avrebbero supposto che potevo sapere cosa pensano i credenti semplicemente perché ero credente pure io.

Nell’inverno del secondo anno di medicina ho dovuto trasferirmi con il mio cane per qualche mese nella casa di mia nonna Galia: mia madre ha voluto fare ristrutturazione, Cristoforo avrebbe potuto disturbare gli operai, e i rumori dei lavori avrebbero potuto disturbare i miei studi che non diventavano mai meno intensi.

Da mia nonna con una grande stupore ho visto nello scaffale la Bibbia – una vera Bibbia, grande, nell’edizione completa, con ogni versetto numerato, una vera e propria Bibbia nella casa di mia nonna Galia. Dalla nonna ho saputo che era un regalo fatto a lei da una delle sue amiche che si era fatta battezzare dopo la fine dell’Unione Sovietica ed aveva proposto a mia nonna di fare lo stesso. “Ho letto alcuni capitoli. I morti che risorgono... Come mai dovrei crederci?” – mi disse mia nonna con una dignità inflessibile. Evidentemente provava una certa compassione per quella sua amica che alla fine della sua vita aveva preso la decisione di farsi battezzare. Secondo lei, questa decisione sarebbe andata meglio per un bambino che non conosce ancora la vita e crede nelle favole antiche.

Imbarazzata non le posi più nessuna domanda su questo argomento. Ho immaginato se avessi detto a mia nonna – o a qualsiasi altro mio parente – che io credo. Cosa avrebbero fatto? Mi avrebbero mandata in un ospedale psichiatrico? Avrebbero deciso che magari ero troppo stanca a causa dei miei studi di medicina che con ogni semestre diventavano sempre più intensi e che avrei dovuto semplicemente riposare un po’? Ma poi, ero disperata nel capire me stessa: cosa davvero significava per me “io credo”?

Comunque, di sera, dopo aver studiato per i corsi, prima di andar a dormire, prendevo di nascosto quella Bibbia e la leggevo - con avidità e una sete inesauribile e nello stesso tempo con la paura che il mio interesse proibito venisse scoperto.

 

VIII

 

Comunque, dopo poco, nel mese di marzo, per la prima volta nella mia vita ho potuto parlare apertamente della mia fede. La mia migliore amica, Anna, mi ha proposto di andare con lei ad una visita alle cattedrali del Cremlino. Accettai volentieri. Sapevo che Anna era un’ortodossa credente, anche se non molto praticante; lei, invece, sapeva che non ero battezzata. Nelle cattedrali del Cremlino, durante l’escursione, Anna ha notato il mio sincero e acuto interesse per tutto ciò che ci raccontava la guida.

 “Hai mai pensato di farti battezzare, Vera?” – mi chiese improvvisamente Anna quando l’escursione era già finita.

La sua domanda mi fece sussultare di sorpresa e spavento. Ma Anna era la mia migliore amica. Forse, pensai, è arrivato quel momento in cui una persona credente e battezzata mi potrebbe dare un consiglio.

 “Sì, ne ho pensato. ” – risposi. Anna sembrava essere contenta. Dopo un breve silenzio aggiunsi: “Ma...Sai, non sono sicura che lo voglio fare nella chiesa ortodossa. Devo ancora fare la scelta.”

Anna mi guardò attonita. “Perché dovresti scegliere qualcos’altro? Non t’importa che sei russa? Che vivi in Russia che è ortodossa?”. Nello suo sguardo ho letto un’evidente incomprensione.

  Sapevo che sarebbe stato così e me lo aspettavo. Le parole di Anna provocarono di nuovo gli stessi dubbi che mi tormentavano già. Ma perché non riescivo a diventare ortodossa? Perché, anche se non lo confessavo a me stessa, sentivo di non volerlo, mentre un solo pensiero riguardante la chiesa cattolica mi riempiva di gioia?

 

Alla fine del secondo anno di medicina, nel mese di maggio, nel “Moscow Greeter” - di cui continuavo a far parte - mi hanno proposto di far da guida per un’altra famiglia italiana. Nel tempo libero continuavo a leggere in italiano, scambiavamo sempre delle lettere con quella gentilissima signora siciliana, la mia prima turista, e accettai la richiesta con una grande gioia. Non potevo nemmeno immaginare, quanto importante sarebbe diventato per la mia fede l’incontro con quella famiglia.

 

Ci siamo incontrati il giorno della Pasqua ortodossa. Erano persone luminose, sincere, molto simpatiche; quando sono andata nel loro appartamento per accompagnarli all’escursione, mi hanno accolta con una viva cordialità, quasi come una figlia: una coppia della stessa età dei miei genitori, i loro due amici e i loro due figli maschi, uno dodicenne e l’altro due anni più grande di me.

Nonostante il tempo grigio di quel giorno, abbiamo fatto un bel giro nel centro. Mi stupiva il sincero interesse che dimostravano a tutto ciò che dicevo: non tutti i miei turisti volevano sapere nei più piccoli dettagli la genealogia degli zar della dinastia Romanov o al quale secolo risaliva quel o quell’altro edificio. Loro invece non soltanto mi ascoltavano, ma alle volte anche raccontavano delle cose nuove a me: il padre di famiglia, Aniello, era un archeologo, conosceva benissimo la storia d’arte, la differenza dei vari stili architettonici e poteva notare tante cose di cui io, nei miei sinceri ma deboli tentativi di imparare la storia d’arte contemporaneamente alla medicina, semplicemente non mi accorgevo prima.

Evidentemente, abbiamo visitato anche parecchie chiese; di più, era il giorno di Pasqua ortodossa, e tutte le chiese erano aperte e ben decorate, con le grandi lettere XB – Христос Воскресе! – sopra l'ingresso all’altare, che significa “Cristo è risorto” in russo. Ed è successo ciò che cercavo sempre di evitare nei miei incontri con turisti. Dalla pura curiosità mi hanno chiesto: “Ma tu sei ortodossa?”.

 

Ma tu sei ortodossa?... Cosa rispondere? Far finta di non aver sentito la domanda? Impossibile. Dire che sono ortodossa? Sarebbe una bugia. Dire che diventerò ortodossa come cercavo di convincere me stessa? Non lo volevo. Dire, come quella volta a Anna, che non sapevo ancora quale Chiesa scegliere? Non volevo sentire la stessa risposta come quella di Anna. Ma erano le persone tanto simpatiche, mi guardavano con tanta amicizia!

Alla fine ho deciso di dire la verità. Balbettai che non ero stata battezzata, che volevo ricevere il battesimo, ma non sapevo se dovevo diventare ortodossa o cattolica... – mentre dentro di me tutto era immobilizzato nel terrore. Ero sicura che da quel minuto avrebbero cominciato a disprezzarmi – ormai sapevano chi ero in verità! Una che crede in Cristo e nello stesso tempo non può prendere la decisione di andare a ricevere il battesimo nella chiesa ortodossa, cui sembrerebbe essere destinata per il solo fatto di essere russa! E tutto a causa di chissà quali motivi che mi sono inventata nella mia pusillanimità.

Ma la loro reazione è stata più che inaspettata, è stata assolutamente opposta a come me l’avevo immaginata. Accolsero le mie parole con una gioia di cui non potevo capire la ragione. In particolare mi ricordo le parole dette da Aniello, padre di famiglia. “Con tutto il mio cuore sono cattolico – con queste parole si batté nel petto, – ma sono molto contento anche se diventerai ortodossa”. Poi aggiunse: “Se diventerai cattolica, dovrai venire a Roma, è una città che ogni cattolico assolutamente deve vedere!”.

Ero completamente imbarazzata e perplessa, sorridevo e non sapevo cosa rispondere. Che giorno felice che è stato!

 

Non si sono fermati a Mosca che per una settimana, ma ci siamo incontrati parecchie volte. Li ho portati nei vari posti storici di Mosca, cercavo di fare del mio meglio di tutta la mia breve esperienza da guida turistica. Mi sembrava che ci conoscessimo da molto tempo, tanto stavo bene con loro! Mi hanno invitato in Italia. Poi sono ripartiti; provavo un'immensa tristezza come se mi separassi dai dei miei parenti.

Intanto dovevo fare degli esami e a breve il secondo anno accademico era finito. Cominciai a pianificare le vacanze di agosto; ero molto stanca e sentivo il bisogno di lasciare la caotica e polverosa Mosca. Volevo tantissimo accettare l'invito a Salerno che già tramite internet mi era stato ripetuto.

 

Naturalmente, mia mamma non voleva che andassi da sola da persone appena conosciute e a lei assolutamente sconosciute, anche se vedeva con quanto amore parlavo dei miei nuovi amici italiani. Per mezzo dell’Internet parlai di nuovo con loro e alla fine abbiamo deciso che ci saremmo andate tutte le due, mia mamma ed io. In poco tempo abbiamo fatto il visto, comprato i biglietti e nella seconda metà di agosto siamo partite.

 

 

Sono state le vacanze più belle della mia vita. Non ero mai stata prima in Italia, e tutto mi affascinava lì, tutto era nuovo e tanto diverso! I miei amici ci hanno accolte con un'ospitalità straordinaria, come dei più cari e amati parenti. Ci hanno portate nei vari siti archeologici, dove Aniello spiegava tutto. Mia mamma non conosceva che un paio di parole in italiano, ma ero sempre io accanto per tradurre.

 

Di sera Dario, il figlio più grande, usciva con la sua fidanzata e i loro amici e mi prendevano con loro. Conobbi la sua fidanzata, Chiara, una bellissima ragazza, molto colta e dolce. Una sera mi portarono alla partita di calcio dove giocava Dario. Mentre guardavamo la partita, stavo con Chiara; abbiamo fatto un discorso molto importante. La famiglia di Chiara era molto credente e praticante; Dario aveva raccontato a Chiara la mia storia e lei era molto incuriosita. Di nuovo mi stupivo dentro di me della sua reazione ai miei dubbi e alla mia incertezza per cui mi disprezzavo – Chiara, invece, era molto contenta di sentire che stavo pensando di farmi cattolica; mi incoraggiava e cercava di convincermi che in qualsiasi caso la mia scelta non sarebbe sbagliata. Mi raccontava della vita della sua famiglia, devotamente cattolica; ogni domenica andavano insieme alla messa. “Ma davvero andate in chiesa ogni domenica? Tutti insieme?” – ridomandai io con un po’ di incredulità mista ad ammirazione. “Sì, sì” – mi rispose con un sorriso Chiara vedendo la mia confusione e stupore davanti a quel semplice fatto della sua vita. Mi sembrava incredibile che potessero esistere persone tanto felici che frequentano la chiesa ogni domenica, che lo fanno apertamente – e, di più, con tutta la famiglia, senza nessuna divisione! “Ma sai che il vescovo di Mosca, don Pezzi, è un caro amico della cugina di mio padre” – disse poi Chiara. – “potresti parlare con lui quando torni a Mosca.”

 Un’altra cosa che non aspettavo di sentire. Il mondo è risultato essere tanto piccolo! “Se vuoi, – continuava Chiara, – se hai bisogno di incontrarlo, potrei metterti in contatto con lui!”.

Io tacqui. Ero completamente persa nel nugolo dei pensieri nella mia testa. Come mai poteva succedere, che proprio lì, nei dintorni di Salerno, in quella piccola cittadina, persa tra le montagne e di cui prima non conoscevo nemmeno il nome, c’erano persone che erano “i cari amici” del vescovo di Mosca? Sembrava incredibile, e nello stesso sembrava essere un altro segno che indicava la mia scelta.

Quanto avrei voluto rispondere “sì’” a Chiara alla sua proposta di “mettermi in contatto” col vescovo! Chi avrebbe potuto meglio di lui aiutarmi, mettermi sulla strada giusta, darmi la risposta che cercavo da anni? Nello stesso tempo tutto si paralizzava dentro di me al solo pensiero che avrei potuto parlare con lui. Era il vescovo! E chi ero io? E poi, mi sembrava una strada completamente sbagliata: come mai avrei potuto rivolgermi a lui in un tale modo – me, dubbiosa, insicura? Ero certa che c’erano migliaia delle persone a Mosca – battezzati, cattolici, non così come me! – che avrebbero voluto parlare col vescovo e chiedere il suo consiglio, ma che non avevano quell’onore immeritato di “essere messa in contatto con lui”. No, assolutamente non potevo accettare la proposta di Chiara.

Mentre stavamo tornando a casa con Dario dopo la partita, gli raccontai del nostro discorso con Chiara. “Ma vorresti magari venire alla messa?” mi chiese d’un tratto. Lo guardai incredula. “Certo che puoi!” continuava lui rispondendo al timore nel mio sguardo. Annui; non riuscivo a credere alle mie orecchie.

Il giorno dopo, al pranzo, mentre discutevamo i piani per la settimana e gli altri siti da visitare, Dario disse a tutti: “Vera vorrebbe andare alla messa”. Si fece un silenzio. Tutti mi guardarono con una specie di stupore e contentezza nello stesso tempo. Arrossii. Mia mamma che sedeva accanto a me e a cui normalmente traducevo tutto ciò che dicevano a tavola si preoccupò del silenzio sceso tutto in un tratto a tavola e mi chiese con angoscia di tradurre le parole di Dario. “No no, mamma, non ti preoccupare, tutto bene, – le dissi. – Dicono, che domenica ci portano alla messa”.


 

IX

 

 Prima della domenica io e mia mamma siamo andate per due giorni a Roma. Appena siamo scese dal treno a Termini, mi sentii completamente felice. Ero a Roma! Non ci potevo credere. Prima di tutto, abbiamo visitato la basilica di Santa Maria Maggiore. Di nuovo fui avvolta da quell’inconfondibile senso di serenità e pace, da un abbraccio pieno d’amore e di misericordia; mia mamma leggeva da un piccolo libro guida la storia della fondazione della basilica e non si accorgeva di me, mentre io ringraziavo di cuore il mio Signore e mi veniva da piangere di gioia.

Non avevamo preparato nessun itinerario preciso e per questo ci siamo quasi subito perse nei vicoli già dopo la visita alla basilica di Santa Maria Maggiore. In una di quelle piccole vie ho visto le scale che scendevano un po’ in basso verso la facciata di una piccola chiesa; non volevo perdere nemmeno una delle chiese che avremmo potuto visitare e proposi subito a mia mamma di entrarvi. A mia mamma, comunque, non piaceva tanto l'idea di visitare ogni singola chiesa perché erano senza dubbio tantissime; ma alla fine accettò, visto che nemmeno lei sapeva dove eravamo e in quale direzione dovevamo andare.

La chiesa, molto piccola, era vuota; eccetto noi due c’era soltanto il custode che stava all'ingresso e gentilmente avvisava i visitatori di un gradino. In particolare quella chiesa mi piacque – silenziosa, senza turisti, relativamente piccola e semplice e nello stesso tempo piena della Sua presenza. Guardavo incuriosita le immagini sui muri: mi sono accorta di alcune tele con le scene che non avevo mai viste prima. Vi erano dipinte due ragazze; attorno a loro c’erano dei corpi morti e le ragazze li lavavano dal sangue; una delle ragazze raccoglieva premurosamente il sangue in un vaso. Chi erano? Il custode della chiesa, un signore simpatico dell’età di mia madre, vedendo il mio interesse, mi ha spiegato che erano le sorelle Pudenziana e Prassede, vergini e martiri. Erano figlie di un senatore romano convertito al cristianesimo; all’epoca delle persecuzioni nascondevano nella loro casa i primi cristiani e, come in quella immagine, seppellivano i martiri. Mi ha anche raccontato molte altre cose riguardo le immagini, ha mostrato anche un bellissimo mosaico nell’abside; poi mi chiese da dove venivo e abbiamo parlato un po’ del mio viaggio, della Russia, di Mosca, poi del suo lavoro e dell’attività culturale a Roma. Quando ha capito che ero russa, mi chiese di aiutarlo con un lavoro per cui aveva bisogno di qualcuno che sapesse parlare e leggere in russo; gli ho promesso di aiutarlo molto volentieri appena fossi tornata a casa, dopo pochi giorni. Ci siamo scambiati l’indirizzo di posta elettronica, poi ci ha gentilmente spiegato l’itinerario migliore per vedere Roma in due giorni, e ci siamo salutati.

Roma mi ha totalmente affascinata. Quante chiese abbiamo visitato in quei due giorni! La mia povera mamma era stanchissima e non poteva capire il mio entusiasmo, con cui la portavo a visitare ogni chiesa che ci capitava lungo il cammino, delle quali non sapevo né nome né storia, che non erano magari nemmeno menzionate nel nostro piccolo libro guida, ma nelle quali, tuttavia, volevo entrare, soltanto per star lì qualche minuto, per pregare di nascosto e per contemplare nell’adorazione la Sua presenza. Grazie, Signore, per avermi permesso di entrare nella Tua casa e di contemplarTi! In quei momenti mi sentivo ineffabilmente felice; pregavo il Signore di permettermi di diventare parte della Sua Chiesa, di aiutarmi nella mia decisione – e mi sembrava che la mia scelta fosse già fatta.

Poi, dopo due giorni, siamo tornate a Salerno. I miei amici ci hanno portate a vedere la maestosa Paestum con gli antichi templi costruiti dai greci. Infatti, mi sentivo un po’ colpevole davanti mia mamma per averle fatto visitare tante chiese a Roma invece dei siti archeologici – lei, che si interessava sempre di archeologia e della storia antica. Ero felice di vederla tanto contenta a Paestum.

 

Finalmente è arrivata la domenica che stavo aspettando con tanta ansia. Era il 25 agosto 2013.

Con mia grande meraviglia, mia mamma ha accettato l'idea di andare a messa senza sospettare nulla e ne era perfino incuriosita come di un'altra cosa "culturale" da vedere in Italia. Non sapeva e non avrebbe mai supposto quanto lo desiderassi tanto.

Quando siamo entrati in quella chiesa, c'era già molta gente, e stavano leggendo qualcosa ad alta voce. "Ma siamo arrivati in ritardo, la messa è già cominciata?" chiesi a Dario impaurita. Fino all’ultimo momento non riuscivo a credere che sarei andata alla messa. Mi sembrava sempre che potesse succedere qualcosa che me lo avrebbe impedito: che saremmo arrivati in ritardo, che la messa sarebbe stata annullata proprio quel giorno, che si sarebbe rotta la macchina e non saremmo potuti andare.

Dario mi ha rassicurato: non era ancora la messa, non siamo arrivati in ritardo. Ha spiegato che stavano pregando il Rosario. "Capirai subito quando comincerà la messa" - mi disse sorridendo. Non avevo nemmeno la più pallida idea di cosa fosse il Rosario, ma mi sono messa su una panchina accanto a Dario ad ascoltare. Ho riconosciuto subito l' "Ave Maria" che prima conoscevo soltanto in latino e che non riuscivo mai a tradurre bene. In italiano è stato molto più chiaro; già dopo qualche minuto l'ho imparata a memoria e potevo ripetere insieme agli altri, nascondendomi nello stesso tempo da mia madre per non farle vedere che stavo pregando: "Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te...".

Dario aveva ragione: veramente riconobbi subito quando iniziò la messa. Il breve silenzio dopo la fine del Rosario fu interrotto dall'inno suonato dall'organo, tutti si alzarono in piedi e ho visto il sacerdote coi ministri che cominciavano la processione verso l’altare. L'incenso salì alla cupola lasciando una nebbia profumata. Ogni mia preoccupazione mi lasciò e tornai a sentirmi felice.

Comunque, non sapevo per niente in cosa consisteva la messa. Riconobbi le letture dell'antico e del Nuovo testamento, anche se non capivo bene tutto ciò che si leggeva o si diceva alla cattedra. Mi ricordai, comunque, alcune frasi di quelle letture: Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio dall’Antico Testamento (Is 66) e poi Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue... dal Vangelo (Lc 13). Tutte le genti, tutte le lingue, da oriente e da occidente - quelle parole riecheggiavano nella mia anima, mi sembravano che erano rivolte proprio a me in quel momento! Mi sembrava incredibile tutto ciò che stava succedendo: eccomi, venuta dalla Russia lontana, per essere oggi qui, in quella piccola cittadina italiana, alla messa, nella Casa del Signore!

C'era molta gente in chiesa, quasi tutte le panchine erano occupate; alla mia destra c'era una signora molto anziana che era venuta alla messa con la piccola nipotina di sei o sette anni. La bambina ripeteva insieme alla nonna tutte le formule liturgiche (che io ancora non sapevo), seguiva la funzione con uno sguardo molto serio e s’inginocchiava devotamente quando la nonna glielo diceva. Quanto è felice, pensai, che sin dalla più tenera età può vivere nella fede, nella piena conoscenza di Colui che le ha dato la vita!

È arrivato il momento in cui si recitava il Padre Nostro; non me lo aspettavo ma l'ho riconosciuto subito e già potevo ripeterlo insieme agli altri. Quanto ero felice di pregare insieme agli altri, ad alta voce, pronunciare quelle sacre parole senza nascondermi! - mia mamma stava sulla panca un po’ dietro di me e non poteva né sentirmi né vedermi pregare. E quanto doveva essere felice tutta questa gente attorno a me, che può venire in chiesa ogni domenica, magari anche ogni giorno, e partecipare alla messa, e pregare il Signore nella Sua Casa!

  Fui profondamente commossa quando all'acclamazione del sacerdote: "La pace del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi! Scambiatevi il segno di pace", quell’anziana signora a destra si rivolse a me con lo sguardo luccicante, mi strinse con una forza inaspettata la mano e mi disse "Pace". Pure la bambina mi sorrise timidamente e tese a me la sua piccola manina.

Non sapevo quanto lunga poteva essere la messa, ma desideravo che non finisse mai. Desideravo incidere nella mia memoria ogni parola detta dal sacerdote, ma non sempre riuscivo nemmeno a capire tutto, e allora mi rimproveravo fortemente per non capire ancora bene la lingua parlata italiana. Quando è arrivato il momento della comunione – non l'avrei riconosciuto perché non conoscevo ancora nemmeno cosa fosse la comunione, – Dario mi ha fatto un segno che era proprio questo il momento in cui non potevo partecipare, come mi avevano già avvisato lui e Chiara. I fedeli hanno cominciato a mettersi in fila davanti all’altare, e sentii che ero presente a qualcosa di molto importante. Sono rimasta al mio posto e mi misi a pregare, rendendo grazie a Dio per questa messa. Signore, permettimi di rimanere nella Tua Chiesa!

Quando siamo usciti dalla messa, ero profondamente commossa, mi veniva da piangere e mi sentivo profondamente felice nello stesso tempo. Non potevo spiegare nemmeno a me stessa il perché: infatti, non ho capito nemmeno una metà di tutto ciò che si diceva o si faceva alla messa, ma nello stesso tempo ho avuto l'impressione di esser stata presente a Qualcosa molto importante, molto più grande di me, che trascendeva ogni cosa che avevo visto prima, ad un miracolo che ho sentito molto distintamente pur non sapendone il significato e non avendo nessuna idea su cosa potesse essere.

 

Già il giorno dopo siamo tornate in Russia. Era fine agosto, dopo pochi giorni dovevo ricominciare i corsi all'Università.

Mi sono ricordata di quel signore di Roma, Mario, ed ho fatto quanto mi ha chiesto. È stato un lavoro molto facile per me ma evidentemente difficile per quelli che non sanno il russo. Ho mandato una lettera a lui per email; dopo poco ho ricevuto la risposta. Scriveva che gli era stato veramente molto prezioso per ciò che l’avevo aiutato di fare; ha scritto anche che se fossi venuta a Roma un'altra volta avrei potuto risparmiare l'albergo e stare dalle suore accanto a quella chiesa dove ci siamo incontrati, che mi avrebbe potuto organizzare quel soggiorno dalle suore molto facilmente.

Comunque, il mio viaggio era appena finito, non sapevo quando avrei potuto farne un altro – anche se avrei voluto tantissimo tornare in Italia. Con un’immensa nostalgia ritornavo con i ricordi a quelle giornate passate in Italia e, specialmente, a quella domenica in cui sono andata alla messa.

 

Era domenica, il 2 settembre 2013, e l’indomani dovevo ricominciare l’università. Con tristezza pensai che soltanto una settimana prima a quest’ora stavo aspettando con impazienza la messa; quella domenica, invece, cosa avrei potuto fare, da non sembrare privo di senso? Ma dopo quel viaggio, grazie a Dario, ho capito che potevo andare alla messa, con la sola condizione di non ricevere la Comunione. Allora, perché non andare alla messa?

Per la messa delle 10.00 nella cattedrale ero già in ritardo; ho visto poi sul sito della chiesa di San Luigi dei Francesi che c'era la messa russa alle 12.00 e poi alle 13.30 c’era appunto la messa in italiano. Infatti, l'idea di andare alla messa italiana mi è sembrata anche più invitante. Quante volte, in questa settimana dopo il viaggio, ripetevo dentro di me con tenerezza Ave Maria e Padre Nostro, imparati in italiano!

Ci andai. Non mi ricordo quale scusa inventai per mia madre; comunque, era chiaro che nell'ultimo giorno delle mie vacanze potevo avere molte cose da fare nel centro di Mosca.

C'era poca gente a questa messa; con paura pensai che, magari, si conoscono tutti tra loro visto che sono tanto pochi e che mi avrebbero subito riconosciuta come una forestiera. Per non farmi vedere, mi sono seduta all'ultimo banco. In quel giorno c'era il battesimo di un bimbo: non mi aspettavo di vedere un battesimo! Seguivo la funzione con grande attenzione; con un po’ d’invidia mista ad ammirazione guardavo quel bambino che non sapeva ancora che grande giorno sarebbe stato per lui. Dopo la fine della messa uscii comunque con un lieve senso di tristezza: il battesimo di quel bambino mi ha ricordato di nuovo la scelta che dovevo fare. Di più, mi rendevo conto che era forse l’ultima messa per un periodo assai lungo: con l’orario che avevo all’università non avrei potuto andarci tutte le domeniche. Il terzo anno di medicina doveva essere l'anno più duro di tutti i sei anni, e sapevo benissimo che non mi era permesso star fuori casa quattro ore ogni domenica invece di rimanere a casa sui libri. Se solo la chiesa fosse stata più vicino a casa mia!


 

X

 

Il terzo anno accademico è stato veramente più duro dei precedenti; sarebbe stato proprio insopportabile, se non avessimo cominciato finalmente a frequentare gli ospedali, visitare i pazienti dopo tutte le materie puramente scientifiche e fondamentali che avevamo dovuto studiare prima. Sono profondamente grata al nostro professore di propedeutica delle malattie interne – se, dopo tutti i miei dubbi, alla fine diventerò medico, sarà tutto merito suo. Esigente con i suoi studenti, premuroso con i pazienti, un bravissimo medico oltre che una persona di cultura straordinaria, era il contrario di quei medici che avevo visti durante il tirocinio del primo anno; era un vero esempio da seguire.

 

Comunque, è stato pure un anno di vera “vita studentesca”, come ricordavano con tanta nostalgia i miei genitori. Di sera una volta per settimana frequentavo pure il corso di tedesco: gli studenti con i voti più alti potevano avere gratis questa possibilità. Ma non era un impegno in più: al contrario, mi aiutava a distrarmi dai miei studi principali, per far riposare la mente. Lì ho conosciuti molti nuovi amici, delle varie facoltà della mia università, anche della facoltà di fisica. Non soltanto studiavamo il tedesco, ma anche uscivamo tutti insieme quando ne avevamo la possibilità: a pattinare sul ghiaccio, a andare in teatro, a visitare le mostre d’arte, a incontrare gli studenti tedeschi venuti a Mosca per lo scambio culturale, a frequentare le lezioni di valzer... Mia mamma era felice che dopo tutti i turbamenti degli anni precedenti non volessi più lasciare medicina e che avessi perfino cominciato a vivere una vita più attiva, non perdendomi interamente negli studi; nel suo cuore sperava che trovassi un fidanzato della facoltà di fisica o di matematica come fece lei alla mia età quando conobbe mio padre.

 

Non andavo più alla messa. Durante i primi mesi dopo il mio ritorno dall’Italia ero già quasi sicura che soltanto nella chiesa cattolica potevo trovare ciò che cercavo. Ma i miei nuovi amici, le mie nuove attività diventarono una nuova prova per la mia fede, ancora debole e non matura. Stavo bene con loro; ero contenta di averli conosciuti e mi piaceva quando uscivamo tutti insieme. Alcuni di loro erano atei, gli altri erano ortodossi, battezzati, ma non praticanti. Comunque, dopo il mio viaggio, dopo i miei discorsi con Chiara, dopo la mia prima messa, già osavo parlare della religione con più coraggio. Una volta parlai con un amico; gli raccontai del mio viaggio in Italia, e, tra l’altro, dissi che ero stata alla messa. “Alla messa? A cosa ti serve? Perché ci sei andata? Non sei ortodossa?”. Sempre le stesse domande, fatte con diffidenza e disapprovazione. Dissi che stavo pensando di farmi cattolica. “Cattolica? Tu che sei russa? Non significa forse nulla per te la tua nazionalità?”. A questo punto ero quasi offesa. Alla fine, cosa c’entrava la nazionalità, la cittadinanza? Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio ... (Mt 22, 21)

Ma la mia fede non era ancora forte, non era ancora matura per permettermi di stare ferma nella mia decisione. Avevo paura che se avessi scelto il cattolicesimo, sarei stata isolata del tutto e da tutti quelli che mi circondano: i miei amici, la mia famiglia (comunque, con la mia famiglia i problemi ci sarebbero stati in entrambi i casi), la mia vita in Russia a cui sono abituata.. Il mio futuro, lo vedevo in Russia e tra i russi, il mio futuro marito molto più probabilmente sarebbe stato russo. Se solo Dio avesse voluto concedermi dei figli, li avrei cresciuti nella fede, non così come sono cresciuta io, senza Dio e senza verità, - li avrei portati in Chiesa, avrei parlato loro sin dall’infanzia del Signore! Ma sarebbe stato possibile tutto questo se avessi scelto di diventare cattolica? Come vivono i cattolici in Russia, in una città immensa come Mosca, dove per 15 milioni d'abitanti ci sono solo tre chiese cattoliche, ed ognuna di esse si trova in un'ora e mezzo di strada da casa mia? La mia fede all’epoca era ancora troppo debole per capire dove era lo sbaglio in questi miei ragionamenti.

Nello stesso tempo provavo un forte bisogno di tornare di nuovo in chiesa. Ormai mi rendevo conto che era impossibile credere senza Chiesa, che Dio veramente era lì più che altrove. Come ho letto da un sacerdote ortodosso, "avere Dio soltanto nell'anima" era uguale a “mangiare soltanto nell’anima, bere soltanto nell’anima, sposarsi soltanto nell’anima”.

Ma come fare questa scelta? Pensando al mio futuro, cercai di convincermi di diventare ortodossa. Va bene, mi dicevo, sono già stata alla messa cattolica, ed è stato uno dei giorni più felici della mia vita, non è detto che la liturgia ortodossa sia per valore minore per me - non ci sono stata nemmeno una volta! Perché non andare prima lì?

Infatti, c'era una chiesa ortodossa che mi piaceva proprio. L'ho trovata per caso in estate, elaborando un nuovo itinerario per i miei turisti. Quando l’ho vista per la prima volta, non sapevo nemmeno come era intitolata. Per un qualche motivo mi piacque, e vi sono entrata per vedere cosa c’era da mostrare ai turisti. Era particolare, diversa da tutte le altre chiese di Mosca, e per la prima volta mi sentii nella chiesa ortodossa quasi altrettanto bene come nella chiesa cattolica.

Poi, rientrata a casa, ho cercato delle informazioni su quella chiesa per portarvi dei turisti alla prossima visita. Con grande stupore ho saputo che era dedicata a San Clemente Papa di Roma. Ad un Papa! Ma era una chiesa ortodossa. Sembrava fosse impossibile che una chiesa ortodossa russa potesse essere dedicata al Vescovo di Roma, anche se San Clemente era un Papa ancora prima dello Scisma. Ed era proprio l'unica chiesa ortodossa dove mi sentivo talmente bene, quasi quanto nelle chiese cattoliche! Come mai, mi domandavo io, perché di nuovo c'è quel legame misterioso che mi spinge verso il cattolicesimo e che impone un aspetto “cattolico” all’unica chiesa ortodossa di cui magari avrei potuto diventare parrocchiana? Però cercavo di convincermi che il mio posto doveva essere nella chiesa ortodossa, che tutti quei miei pensieri, tutte le coincidenze, le esperienze non erano che dei sentimenti esagerati ed infantili.

Ho trovato l’orario delle celebrazioni della chiesa di San Clemente, e decisi di andarvi qualche sabato. Ma non è mai stato possibile: mi trovavo sempre di fronte ad impegni che non potevo annullare, o mi dicevo che ero già stanca per andarvi perché anche di sabato avevo delle lezioni fino alla sera, o che dovevo tornare più presto a casa per studiare... Sapevo benissimo che non erano che delle semplici scuse, ma non osavo a confessarlo nemmeno a me stessa. Con una strana ostinatezza continuavo a persuadermi di diventare ortodossa.

Era dicembre e più si avvicinava il giorno di Natale, più cresceva in me il desiderio di andare a messa. Non potevo resistere; per essere sicura di poter andare alla messa del 24 dicembre, visto che era una grande festa e non una semplice messa domenicale, ho chiesto tramite Internet a Chiara, e lei mi rispose di sì.

Nella Russia il Natale cattolico non è mai una festa ufficiale; infatti, sono poche le persone non cattoliche che potrebbero dire precisamente in che giorno è. Anche nella mia università sia il 24 che il 25 sono sempre i giorni come tutti gli altri, eccetto il fatto che è di solito l’ultima settimana del semestre prima della sessione invernale degli esami.

Quel 24 dicembre 2013 dovevamo fare due verifiche finali per essere ammessi agli esami di gennaio e il 25 dicembre ne dovevamo avere un’altra, di mattina; nello stesso tempo continuavamo ad avere delle lezioni normali e seminari pratici come sempre. Così, tutta la settimana è stata molto dura, i miei compagni del gruppo non dormivano la notte per poter riuscire a fare tutto in tempo. Comunque, non ho nemmeno pensato che qualcuna di queste difficoltà potesse diventare una scusa per non andare alla messa in cattedrale – a differenza dei cento pretesti che mi inventavo per non andare alla liturgia ortodossa.

Ho fatto bene entrambe le verifiche del 24; era già tardi quando abbiamo finito, e avevo paura di non arrivar in tempo alla messa. Nella metro cercavo di ripassare in fretta per la verifica dell’indomani, guardando con ansia l’orologio. Volevo partecipare alla messa delle 19.00; non potevo, purtroppo, andare alla messa della notte di Natale, celebrata dal Vescovo – in questo caso non avrei potuto spiegare a mia madre il mio ritorno a casa alle due di notte (e di più, non sarei potuta tornare a casa, poiché i mezzi pubblici a quell'ora non c’erano più).

Non aspettavo di vedere lì tanta gente! Non avrei mai pensato che i cattolici a Mosca fossero tanti; non soltanto tutte le panchine erano occupate, ma era perfino difficile trovare un posto libero per stare in piedi. Non senza fatica riuscii a mettermi in una delle navate laterali. Da lì non potevo vedere assolutamente nulla, ma già il solo fatto che ero in Chiesa, nella Sua casa, mi rendeva felice; potevo ascoltare le parole del celebrante e i canti del coro, potevo respirare il dolce odore di incenso, e potevo rivolgere ogni mio pensiero, ogni corda della mia anima a Dio solo.

Solo lì, nella cattedrale, ho capito quanto mi mancava la Chiesa, quanto ne avevo bisogno; nonostante tutte le difficoltà, la stanchezza, gli esami già fatti e quelli da preparare ancora, per la prima volta mi sentii piena di energia e pronta ad affrontare tutto: mi sembrava che dopo un lungo cammino nel deserto avevo finalmente trovato una fonte d’acqua fresca.

 

Il sette gennaio, il giorno del Natale ortodosso, non andai da nessuna parte. Alcuni di miei amici mi facevano pure degli auguri di buon Natale – nessuno sapeva che l’avevo già festeggiato due settimane prima! Fui di nuovo presa dai rimorsi di coscienza; mi consideravo quasi una traditrice, ma non potevo far nulla.

Dopo le vacanze è iniziato il nuovo semestre ed io ripresi il ritmo abituale della mia vita: sveglia alle sei, i corsi fino alla sera, almeno quattro ore nel trasporto ogni giorno... C’era poi in febbraio una settimana in cui fu annullata una delle lezioni. Scappai dalle amiche e andai nella cattedrale. Ci voleva circa un’ora per arrivarci dalla mia università; quando entrai di nuovo nella cattedrale, sentii un immenso sollievo, un’inconfondibile pace dentro di me. Mi sedetti su una delle panchine e mi misi a pregare in silenzio. Cercavo di non farmi vedere da nessuno: meno male che a quell’ora c’era pochissima gente; avevo paura che mi avrebbero potuto riconoscere come non cattolica, che magari avrei potuto offendere con la mia presenza i veri fedeli, i veri cattolici battezzati. Pregavo il Signore di indicarmi cosa Lui voleva che io facessi; di permettermi di rimanere nella Sua Chiesa. Mi sembrava che sarei potuta stare lì un'eternità, ma era ora di ritornare ai corsi. Andavo alla cattedrale con molta preoccupazione per i miei studi, per le mie relazioni con gli amici, per il mio futuro – ma tornavo all'università con un cuore leggero, pieno della serenità e della certezza che non c’era nulla di più importante nella mia vita di ciò che potevo trovare lì, pregando davanti all’altare.

 

Così era quando riuscivo ad andare in chiesa, ma questo non capitava, comunque, molto spesso. Il resto del tempo, tuttavia, continuavo a persuadermi a rivalutare criticamente la mia aspirazione alla chiesa cattolica, la mia voglia di andare alla cattedrale ancora e ancora. Quanto più facile sarebbe stato trovare il tempo per andare in una delle chiese ortodosse! A quell’epoca hanno cominciato a costruire una nuova chiesa proprio accanto alla mia casa. Ero sinceramente felice per quei fedeli che avrebbero avuto finalmente la possibilità di andare in chiesa nel loro quartiere, e nello stesso tempo continuavo a frequentare la cattedrale che era a un’ora e mezzo di strada. Mi sembrava che mi stavo semplicemente complicando la vita con questa brama del cattolicesimo, e non potevo trovare una spiegazione logica e razionale alla mia ostinatezza.

 

Una volta, già in estate, decisi di andare di nuovo nella cattedrale. Ho preso una strada un poco diversa quella volta; su quella strada c'era anche una chiesa ortodossa. Non lo sapevo e non me la aspettavo. La cattedrale era già a cinque minuti di cammino, bastava girare l’angolo, ma mi fermai davanti a quella chiesa ortodossa. Ecco, adesso non potevo più trovare nessun motivo per non entrarci - io che mi convincevo di dover diventare ortodossa. Con tutto il mio essere volevo far finta di non essermi accorta di questa chiesa e di riprendere la mia strada verso la cattedrale - ma il mio senso di dovere ha vinto, mi coprii la testa con un foulard e ci entrai.

Una donna anziana stava spiegando qualcosa a voce bassa a un’altra donna, più giovane, e quella seconda la stava ascoltando con un aspetto pentito. Quando passai accanto a loro, la signora anziana mi esaminò con lo sguardo da capo a piedi e mi sentii come una scolara colpevole, ma lei, non trovando forse in me nessun motivo di scandalo, non mi disse niente. Mi fermai davanti ad un’ icona di Madonna e pregai dentro di me. Nella chiesa ortodossa mi prendevano per un suo membro, non dovevo nascondermi, non avrei avuto bisogno di spiegare il perché della scelta di farmi ortodossa: per me, russa, sarebbe semplicemente normale diventarlo. E quanto più facile sarebbe stata la mia vita!

Cercavo di convincermi di rimanere a pregare lì, di non andare nella cattedrale, cercavo di pregare così come nella cattedrale, con la stessa sincerità e forza, cercavo di sentire la stessa pace dentro di me - ma tutto era invano. La signora anziana finì di parlare con quella donna, si mise al suo posto all’ingresso e di là mi stava guardando con un’evidente approvazione, magari considerandomi una delle parrocchiane. Mi sentii un’ingannatrice se non una traditrice e poco dopo uscii dalla chiesa. Andai alla cattedrale con un immenso senso di colpa. Sono stata da quelli che dovrebbero essere “i miei”, che mi prendevano pure per una di loro, ma tra loro mi sentivo un’estranea. Ma poi sono entrata in cattedrale – da coloro che dovrei considerare estranei e per coloro che dovrei essere estranea, ma lì sentii di nuovo la certezza di essere a casa.

 

A settembre la mia scelta mi stava dinanzi già nel modo molto più teso e acuto. Mi rendevo conto che non potevo più vivere così, divisa dentro me stessa: seguire i miei desideri e andare nella chiesa cattolica, come un ladro che gode dei beni di casa nell'assenza dei padroni, sempre di nascosto, come una delinquente, – oppure andare nella chiesa ortodossa come mi era lecito, come era logico da qualsiasi punto di vista, ma dove non passavo nemmeno un minuto senza ricordarmi con nostalgia delle ore di preghiera vissute nella cattedrale cattolica.

La necessità della scelta finale fu rafforzata di un’altra tentazione per la mia fede. In estate conobbi un ragazzo, Andrei. Ci siamo conosciuti per caso, all’università, quasi per strada. Abbiamo parlato un po’; poi m’invitò per un caffè. Anche prima c’erano dei ragazzi cui io piacevo, ma quella volta era molto diverso. Cominciò con insistenza a corteggiarmi: mi faceva un sacco di complimenti, regalava dei fiori, invitava alle esposizioni d’arte; con reciproca sorpresa scoprimmo che avevamo il compleanno nello stesso giorno. Infatti, sembrava essere il preciso ritratto di come mi avevo da sempre immaginato il mio futuro compagno di vita: alcuni anni più grande di me, laureato in fisica come i miei genitori, responsabile, risoluto, alto e forte... Raccontai di lui alle mie amiche, alcune di  già fidanzate; loro tutte, con leggerezza da ragazze giovani, erano contentissime fino al dichiararmi  che era il mio destino da non perdere e perfino sembravano pronte a farmi degli auguri per il mio futuro matrimonio. Ma non condividevo il loro entusiasmo; ero molto insicura, dentro di me provavo una vaga paura. Non ero innamorata e tanto meno volevo diventarlo, tutto dentro di me si opponeva. Se non fossi stata credente, sarebbe sembrato pure a me il vero “destino”; era proprio l’ideale del mio futuro - così, come lo vedeva mia madre, o come lo vedevo io nell’adolescenza. Una volta Andrei mi ha invitato ad una esposizione dell’arte contemporanea; tra l’altro, c’era anche un quadro con un vago riferimento religioso. Dalla reazione di Andrei capii che era ateo; con molta cautela cercai di interrogarlo su cosa pensava della religione. Adesso non ricordo più nessun dettaglio di quel discorso, ma conclusi che era contro il cattolicesimo, e accettava la chiesa ortodossa soltanto in virtù della tradizione russa. E come potevo confessare che di nascosto frequentavo la chiesa – io, che ero ancora tanto dubitavo nella mia fede? Tanto meno avrei potuto convincerlo della verità e bellezza che ho trovate nella religione – e che non volevo più perdere.

Mi sentivo come all’incrocio delle due strade. La prima era larga, diritta e sicura, dove mi spingevano le mie amiche, dove mi avrebbe voluto vedere mia madre: era la vita normale, stabile, come me la immaginavo io sin dall’adolescenza, ma c’era una cosa che mancava. Non c’era la Chiesa. Dell’altra strada, invece, non sapevo quasi nulla; non si poteva prevedere nulla, sembrava difficile e deserta, senza nessuno a sostenermi, ma c’era la Chiesa – e quindi, c’era Dio.

Soffrivo dalla mia incertezza come mai prima; nella disperazione mi misi di nuovo a leggere sul cattolicesimo, cercando di trovare qualche ultimo motivo che mi avrebbe permesso di fare definitivamente la mia scelta; pregavo il Signore di indicarmi la strada giusta.

E finalmente, per la grazia di Dio, l’ho trovato, quell’unico e ultimo motivo razionale che mi ha permesso di compiere la mia scelta.

Di nuovo lessi su Internet molte accuse per cui si dovrebbe considerare la chiesa cattolica eretica; già ne ero abituata e, come sempre, mi rifiutavo di crederci. E poi, improvvisamente, mi è venuta in mente un’idea molto semplice: ho ripetuto su Google la stessa richiesta ma questa volta in italiano. Ragionavo così: se le due Chiese non vanno d’accordo una con l’altra, allora ciascuna deve aver le prove a sostegno della propria ragione. Evidentemente, la maggior parte di ciò che era scritto in russo era scritto dagli ortodossi e in difesa della Chiesa Ortodossa, e ne avevo letto già tanto. Quindi, tutto ciò che è scritto in italiano, dovrebbe essere scritto dai cattolici e in difesa della Chiesa Cattolica – e sarebbe stato logico aspettare che pure i cattolici avrebbero esposto i loro argomenti contro i dogmi ortodossi e avrebbero cercato di dimostrare la propria ragione.

Non ho trovato nulla di simile. Non mi capitò di leggere nemmeno un’articolo che parlasse della superiorità della dottrina cattolica su quella ortodossa. Ho letto di nuovo sulle stesse differenze dogmatiche che conoscevo già, ma erano soltanto elencate e spiegate, sia dal punto di vista cattolico che di quello ortodosso; poi, fu specialmente sottolineato che la Chiesa Ortodossa poteva essere considerata scismatica, ma non eretica. Gli ortodossi erano perfino chiamati "fratelli in Cristo", " fratelli di fede"; non si parlava della chiesa ortodossa che con carità fraterna, senza fare la più lieve allusione all’ostilità nei loro confronti.

Eccola, la risposta che cercavo! Come può essere sbagliato l'insegnamento della Chiesa di cui il fondamento è l’amore? Come può essere chiamata eretica o perfino anticristiana la Chiesa che non soltanto dichiara apertamente la sua devozione a Cristo, ma anche esprime l'amore fraterno nei riguardi di coloro che la trattano con ostilità e perfino disprezzo? Non è proprio ciò che insegnava Cristo? Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicano, pregate per coloro che vi maltrattono... (Lc 6, 27-28).

 

Così, ho capito in quella sera due cose, entrambi molte importanti per il mio cammino. La prima: ormai diventai completamente sicura che la Chiesa dove mi sentivo tanto bene, cui anelavo con tutto il mio essere, non era eretica, ma era di Cristo. La seconda: non è mai possibile all’uomo capire pienamente il Mistero di Dio; le mie ricerche razionali che miravano a capire quale Credo era più verace, quello d’Occidente o quello d’Oriente, erano sin dall’inizio destinate al fallimento. Di necessaria conseguenza ne derivava anche la terza cosa: la fede cristiana doveva essere fondata sulla carità, e non sulla divisione; sul “pro”, ma non sul “contro”. Non si sceglie l’ortodossia perché si considera la dottrina cattolica sbagliata; né si sceglie il cattolicesimo perché si considera sbagliata l’ortodossia o almeno l’atteggiamento degli ortodossi verso cattolici. Ho scelto il cattolicesimo perché il Signore l’ha scelto per me, avendo per questo i Suoi motivi che non posso sapere ancora; ormai fui sicura che la chiesa Cattolica era veramente la chiesa di Cristo e che la mia vita non poteva essere separata da essa.

 

Come per miracolo, quando di nascosto da tutti presi questa decisione e ne diventai più o meno sicura - almeno tanto sicura quanto lo potevo essere in quel tempo, - Andrei, che causava tanta discordia nella mia anima, scomparve dalla mia vita. Smise di invitarmi, smise di telefonarmi e ridusse i nostri rapporti agli auguri per Capodanno. Le mie amiche erano le une dispiaciute, le altre arrabbiate, ma io sentivo finalmente una perfetta serenità nell’anima, dopo tutte le mie preoccupazioni. Ormai sapevo, cosa era per me veramente importante nella vita, a cosa non avrei potuto mai rinunciare.

 

 

 

 


 

XI

 

Comunque, anche se ho risposto finalmente alla domanda che mi tormentava da anni, c’erano ancora altri problemi da risolvere.

La mia scelta è diventata chiara e ragionevole per me stessa, ma non ero affatto sicura che lo fosse pure per gli altri.

 

Infatti, quel settembre del 2014 è stato un mese molto duro. In queste settimane morì mia nonna Tamara. Già da mesi stava molto male; non riconosceva più nessuno, non parlava più con nessuno; io, mia mamma e mia sorella facevamo da badante a turno; il fine settimana veniva a trovarla mio padre, suo figlio. 

Ai funerali con un grande dolore ho pensato che non ha mai conosciuto Dio, non ha mai provato la gioia della fede, mia nonna Tamara. Non ha mai accettato la fede di sua figlia e non ha mai saputo della fede di sua nipote. Mi ricordai dei giochi che inventava per me in infanzia, delle favole e storie che mi raccontava per divertirmi quando io, ammalata, doveva rimanere a letto... Se non fossi stata tanto pusillanime, se non avessi nascosto come un ladro la mia fede, magari avrei potuto rivelare la bellezza della fede anche a lei, che ha vissuto tutta la sua vita da atea, e chissà, forse lei, nella sua eccezionale semplicità di cuore, con la grazia del Signore avrebbe potuto cominciare a credere? Mi diventò ormai chiaro che la fede cristiana non era una cosa da nascondere dentro di sé; anzi, era una cosa da testimoniare agli altri, nonostante la propria paura e timidezza. 

Infatti, circa in quel tempo parlai con mia madre per la prima volta del mio desiderio di ricevere il battesimo. Con il mio stupore, reagì abbastanza tranquillamente, ma subito ho capito che fu così semplicemente perché non mi prese sul serio. Ha pensato semplicemente che erano forse la malattia e la morte della nonna, insieme alla strana separazione con Andrei e le varie difficoltà e vicissitudini di quel tempo, che mi avevano fatto desiderare il battesimo – come se io volessi parlare con un psicologa o di fare una specie di un autotrening. Che male mi poteva fare una crocetta al collo? Non ne vide nulla di serio. Tuttavia, quando aggiunsi “nella chiesa cattolica” lei si meravigliò, ma poi semplicemente sorrise come se avessi detto una straordinaria sciocchezza. Ha detto che non ero ancora matura per essere sicura in decisioni del genere, che le mie decisioni dovevano essere fondate veramente sulle riflessioni profonde. Rifiutava di credere che le avevo già fatte, queste riflessioni. Umiliata e confusa, cessai di parlarne. I miei dubbi non mi lasciavano. Forse veramente aveva ragione mia madre, quando diceva che dovevo riflettere di più?

Ma come affermarmi nella mia scelta? Come abbandonare finalmente ogni dubbio per poter parlare della mia decisione con piena consapevolezza e certezza?

Un pensiero mi perseguitava incessantemente. Volevo disperatamente andare a Roma. Mi sembrava che solo lì avrei potuto confermarmi nella mia scelta – oppure, al contrario, capire lo sbaglio. Era proprio indispensabile per la mia fede.

 

È sempre molto costoso andare all'estero, specialmente negli alberghi. L'altre volte andavo dai miei amici, una volta a Salerno e l'altra in Sicilia; ma a Roma non conoscevo nessuno, ed era anche una città molto costosa. Sapevo che mio padre mi avrebbe aiutato, ma non volevo molti soldi dai genitori – specialmente per un viaggio di cui non avrebbero approvato il vero motivo. Dal mio stipendio universitario avevo conservato qualcosa, ma proprio in quel periodo è iniziata la caduta del rublo, e l'euro ha cominciato a costare il doppio rispetto ad un anno prima.

Allora mi ricordai di quel signore che mi aveva invitato a fare un soggiorno dalle suore a Roma. Stare dalle suore! Avendo nella mente lo scopo del mio viaggio, di meglio non avrei potuto desiderare. Ho trovato l'indirizzo della sua posta elettronica e gli ho scritto se era possibile per me trovare per quattro giorni un alloggio in quel posto. In breve ho ricevuto la sua lettera con cui mi invitava ad andare e a star lì quanto mi serviva.

Volevo andare da sola; sapevo che dovevo e volevo dedicare quei quattro giorni interamente all’approfondimento della mia fede. Le mie amiche ridevano sulla mia "passione per l’Italia" spiegandola ognuna nel modo suo: le une erano sinceramente convinte che volevo trovarmi un fidanzato italiano, le altre davano più peso al mio interesse per l'arte e la storia. Per fortuna, nessuna di loro ha espresso il desiderio di venire con me: o avevano già pianificato le vacanze diversamente, o erano scoraggiate dalla prospettiva di vivere in convento e non in un albergo normale.

Comunque, i biglietti comprati, il visto ricevuto, cominciai a prepararmi al viaggio. Dovevo partire a fine gennaio, per le vacanze studentesche; all'inizio di gennaio, durante i giorni festivi di Capodanno, mi preparai intensamente. I miei studi universitari non erano più tanto duri e potevo finalmente disporre di tempo libero come credevo meglio.

Quanti libri sulla storia di Roma e del cristianesimo in particolare che ho letto in quei giorni! Ho trovato poi sull'Internet un libro bellissimo, scritto dall'ufficio catechistico di Roma: il libro proponeva delle visite alle chiese più importanti di Roma accompagnandole con commenti catechistici e storici.

 

C'era una ragazza che studiava medicina con me, Daria – molto pia, molto credente, un’ ortodossa praticante. Infatti, si vedeva la sua fede in tutto: nel suo modo di parlare, rispondere, studiare, comportarsi con gli altri, vestirsi. Alcuni studenti atei avvitavano l’indice sulla tempia vedendola; gli altri, per la durezza del loro cuore, la consideravano perfino un'ipocrita e bigotta. Ma più cresceva in me la mia fede e più sentivo il bisogno di condividerla, più mi avvicinavo a Daria, più ammiravo il suo modo di vivere. 

Una volta ci capitò di parlare della religione, pur se in modo molto vago. Le parlai del mio futuro viaggio a Roma, e Daria ha intuito che non sarebbe stato per me un semplice viaggio turistico. Dal mio discorso ha pure capito che provavo una certa simpatia verso il cattolicesimo. Parlammo un poco delle differenze tra le due Chiese; con una grande pazienza e umiltà cercò di spiegarmi cosa, secondo lei, era sbagliato nell’insegnamento della chiesa cattolica. Le rispondevo con molta cautela; parlavo piuttosto in generale, senza precisare il mio stato di non battezzata: lei, invece, come ho saputo recentemente, pensava che fossi battezzata e ortodossa, ma dubbiosa.

Si preoccupò per me come per una pecora smarrita o almeno per quella che sta per smarrirsi; un giorno mi regalò un libro scritto da un prete ortodosso in cui l’autore cercava di dimostrare che solo la chiesa ortodossa ha conservato in sé il vero Spirito di Cristo. Sono stata commossa da questo suo gesto che evidentemente era dovuto alle sincere intenzioni di farmi tornare sulla strada giusta. La ringraziai di cuore per il libro, ma, in verità, non avevo gran voglia di leggerlo per non provocare in me di nuovo gli stessi dubbi che avevo già sconfitti. 

Oltre al libro, mi raccontò della parrocchia ortodossa dei Santi Cosma e Damiano. Lì c'era un prete italiano convertito dal cattolicesimo e ora prete ortodosso. Daria non lo conosceva di persona e non ha mai parlato con lui, ma mi disse umilmente che, forse, lui avrebbe potuto spiegarmi meglio di lei perché lui, già un cattolico adulto, aveva scelto la chiesa ortodossa, l'unica via della verità. Ha perfino precisato per me l’orario delle liturgie perché io sapessi a che ora potevo trovarlo in chiesa.

Non sapevo che fare. Da una parte, dopo tutti i miei tentativi di trovare la verità, quel prete, padre Ioann (Giovanni) forse avrebbe potuto veramente darmi una risposta ponderata e autorevole, fondata sull'esperienza della propria vita, sulle sue conoscenze teologiche che erano ovviamente più vaste rispetto alle mie. D’altra parte, avevo paura di perdere di nuovo questa debole sicurezza che avevo acquistata con tanta difficoltà; di più, qualsiasi fossero i suoi argomenti, anche se i più persuasivi, non mi sentivo disponibile a farmi convincere che il cattolicesimo fosse un’eresia. Ma forse sbagliavo nei miei ragionamenti? Forse adesso il buon Dio mi dava per mezzo di Daria quell'unica possibilità di ritornare "sulla via giusta" prima di andare a Roma e compiere lo sbaglio cruciale?

Pochi giorni prima della mia partenza, decisi di andare alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano. C'era parecchia gente; nessuno si accorgeva di me prendendomi forse per una delle parrocchiane. Apparentemente potevo star lì assolutamente tranquilla; sapevo di non dover nascondermi da nessuno. Ma dentro di me continuavo a provare una forte ansia; avrei cento volte preferito di andare alla cattedrale, pur se di nascosto, per stare all'ultimo banco, dietro la colonna, tremando dalla paura di essere cacciata – invece di star lì nell'attesa delle nuove accuse contro la mia scelta. Ho subito riconosciuto il prete di cui mi parlava Daria, отец Иоанн; mi avvicinai indecisa, non sapendo nemmeno come rivolgermi a lui. Mentre stavo riflettendo, una donna mi toccò alla spalla. "È lei ultima in fila per la confessione a padre Ioann?" – sentii la sua voce dietro di me. "No no, prego!" risposi con precipitazione e la feci passare.

“No, non ce la faccio!” – pensai con tristezza e sollievo nello stesso tempo e uscii dalla chiesa.

 

La data di partenza si avvicinava. Mia mamma era molto preoccupata: era il primo viaggio che facevo assolutamente da sola. Meno male che non sospettava del vero motivo del mio viaggio: come tutti gli altri, pensava semplicemente che ci andavo soltanto per la mia passione per l'arte e cultura italiana e non intuiva a cosa era dovuto tutto quel mio interesse.

Una lunga attesa all’aeroporto, prima a quello di Mosca, poi uno scalo lungo a Kiev, - ed eccomi finalmente a Fiumicino. Presi il pullman per raggiungere la città; non potevo credere che ero finalmente a Roma. Dalla finestra dell’autobus guardavo il paesaggio invernale di Lazio. Nonostante era fine gennaio, le colline erano verdi – mi sembrava tanto strano dopo il freddo e la neve di Mosca! Pensai che lo stesso paesaggio vedeva, forse, Costantino prima della battaglia con Massenzio, quando a lui apparve nel cielo il Monogramma di Cristo e si convertì. Forse, anche in quel giorno il cielo era nuvoloso come oggi, e così come ora i raggi di sole spuntavano tra le nuvole grigie: se socchiudo gli occhi, può sembrare veramente che i raggi formino una specie di croce. Roma, città scelta da Dio stesso per essere la capitale del cristianesimo!

 

Il signor Mario mi ha incontrato vicino alla chiesa e mi ha accompagnato dalle suore.

Ci aprì una suora anziana, già avvisata da Mario del mio arrivo – suor Consuelo, come ho saputo dopo. Mi ha portato nella mia camera, poi mi mostrò una piccola cappella dove potevo andare a pregare, la biblioteca dove potevo studiare e, alla fine un piccolo giardino con una grotta con la Madonna dove pure potevo andare per “pregare e pensare”. “Pregare e pensare”! Era proprio ciò che volevo fare durante il mio breve soggiorno. Improvvisamente sentii che non dovevo avere paura, che non dovevo nascondermi, inventare dei motivi inesistenti che mi avrebbero potuto far venire a Roma – sentii una totale fiducia a suor Consuelo. Voleva già lasciarmi nella mia stanza a riposare dopo il viaggio, ma l’ho trattenuta ancora per un po’. Non so da dove ho preso quel coraggio, ma ho sentito la mia voce chiedere in un tremito: “Ho ancora una domanda... Dove potrei andare per la messa?”. Infatti, era domenica. Chi meglio di suor Consuelo mi avrebbe potuto indicare a che ora e dove dovrei recarmi? Lei non si aspettava quella domanda, ma mi invitò subito ad andare con lei alla messa serale alla basilica di Santa Maria Maggiore – a cinque minuti a piedi.

Quando rimasi sola nella mia stanza, non potevo credere che era vero tutto ciò che stava succedendo. Sono a Roma, dalle suore, e tra poche ore andrò alla messa con suor Consuelo! Quanto misericordioso, quanto generoso è il Signore con me... Cosa ho fatto, come mai mi ha ritenuta degna di questa felicità?

 

Siamo arrivate per la messa in anticipo. Mentre ci avvicinavamo all’ingresso, sentii un’immensa gioia; mi era difficile credere che la chiesa era aperta, che la messa stava per cominciare, che tutta quella gente era venuta lì perché era credente, che io potevo essere lì con loro, che loro tutti erano cattolici e nessuno di loro forse si domandava perché era cattolico e non ortodosso... Quando entrammo in chiesa, di nuovo sentii la profonda gratitudine al Signore che nella Sua misericordia mi ha permesso di venire a Roma già per la seconda volta e, di più, per la Santa messa.

 

  Per forza d’abitudine volevo mettermi su una degli ultimi banchi, ma suor Consuelo mi portò con lei in prima fila. “Per essere più vicini al Signore” – mi spiegò così. Lo disse con tanta semplicità, come se parlasse veramente di qualcuno molto semplice e vicino. Non capii bene: all’epoca avevo già letto molte volte dell’Eucaristia, ma non avevo che una pallida idea di cosa era, non sapevo in che modo il Signore era presente alla messa, anche se non avevo dubbi che vi era veramente presente; le parole di suor Consuelo mi lasciarono meravigliata, ma non le chiese nulla.

Infatti, nei mesi successivi cominciai a pensare molto sul significato. Mi ricordai ancora di mia nonna Tamara che mi raccontava dei credenti e tra l’altro, disse che “mangiano pane e dicono che mangiano il Corpo di Cristo”. In quel tempo, da incredula, rimasi stupita da quel fatto per cui li si sarebbero dovuti sì considerare pazzi: come mai possono mangiare il corpo del loro Dio? Poi, sono diventata credente pure io, e molte volte mi capitava di leggere sull’Eucaristia, sul Corpo e Sangue di Cristo; ma non potevo mai capire se lo chiamavano così solo in virtù della tradizione oppure credevano che era veramente il Corpo e Sangue. Dopo diversi anni, mesi dopo il mio viaggio a Roma, mi assicurai finalmente che la risposta giusta era quella seconda; sembrava incredibile ma nello stesso tempo spiegava l’inspiegabile Presenza del Signore in Chiesa. Il mio parroco, cui devo tutta la mia formazione religiosa, rivolse la mia attenzione alle parole di Gesù: Questo è il mio corpo... Questo è il mio Sangue… Fate questo in memoria di me. Non serviva più nessun’altra prova – ed io credetti.

 

 

 

Che felicità essere di nuovo alla messa, ascoltare le sacre letture, pregare insieme agli altri! Quando arrivò il momento per ricevere la comunione, suor Consuelo si associò alla fila; io invece, come sempre, mi inginocchiai e mi mise a pregare. Questa parte della messa era per me sempre una delle più belle e delle più difficili nello stesso tempo. Era difficile perché mi sentivo di nuovo troppo indegna per essere presente nella comunità dei battezzati, tra coloro che, a differenza di me, hanno il diritto di avvicinarsi all’altare; volevo nascondermi, farmi invisibile per non offendere né Dio, né i Suoi fedeli. Alle volte mi sembrava che stavo commettendo un immenso peccato di star lì a questo sacro momento – e nello stesso tempo ogni volta aspettavo quella parte più bella della messa, quando mi trovavo davanti al Suo mistero e potevo immergermi pienamente nella preghiera interiore. Infatti, in quel tempo non avevo che unica preghiera: “Signore, permettimi di rimanere nella Tua Santa Chiesa!”.

Quando siamo uscite dalla basilica, presi il coraggio di parlare con suor Consuelo. Le dissi il vero motivo per il quale ero a Roma, e, di più, le dissi che non ero battezzata. Infatti, provai un senso di colpa per non averglielo detto prima della messa: forse lei, suora, una persona legata direttamente alla chiesa, avrebbe avuto un’opinione molto più austera nei riguardi dell’ammissione dei non battezzati alla messa, a differenza dei miei amici laici di Salerno. Comunque, mi guardò con una grande gioia, mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Hai ricevuto la grazia del Signore!”.

Per la seconda volta in quella sera rimasi meravigliata dalle sue parole. Cosa intendeva? Chi sono io per ricevere la grazia del Signore? Per quale merito mio me l’avrebbe concessa? Per i miei peccati? Per i miei dubbi? Per la mia incertezza e impotenza nel prendere la decisione che Lui aspetta? Per la mia riluttanza nel compiere il passo definitivo verso Lui?

Quante cose che non capivo ancora in quel tempo... Cercavo di trovare l'origine della mia fede e non ci riuscivo; non sapevo ancora che proprio quell’origine che non potevo cogliere con la mia ragione era la grazia di cui parlava suor Consuelo, il dono inaspettato e immeritato che Lui concede secondo la Sua santa e vera volontà.

 

Quei quattro giorni passarono come in un sogno. Ogni mattina mi svegliavo presto e andavo alla messa con suor Consuelo; poi andavo da sola nella città e non tornavo che di sera. Ho visto tante cose!

Certamente, sono andata al Vaticano: lì passai parecchie ore. Prima andai nel museo Pio Cristiano a vedere le opere dell’antichità cristiana. Rimasi stupita da come i primi cristiani desideravano rappresentare le storie dell’Antico del Nuovo Testamento, esprimere attraverso immagini la loro fede cristiana, nonostante le persecuzioni e il pericolo della morte: la fede guidava le loro vite, dava nuovo senso a tutto, era la pietra angolare della loro esistenza. Poi, nelle stanze di Raffaello, vidi “L’apparizione della Croce” a Costantino, ciò che chiamò l’imperatore romano alla conversione: quel momento della storia del cristianesimo mi piaceva sempre in particolare. E di nuovo mi sembrava incredibile e nello stesso mi riempiva di gioia il fatto che Costantino non era un personaggio dei miti, ma era una persona storica, e la sua conversione, in un modo o nell’altro, era avvenuta qui, a Roma. Poi mi soffermai davanti la “Liberazione di San Pietro”: proprio prima della mia partenza avevo letto da capo a fine gli “Atti degli apostoli”. Pensai che mia madre mi avrebbe detto che non era che una favola – ma io sapevo che non era una favola, e di più, sapevo che non era una favola né per Raffaello né per nessuno di quelli per cui dipingeva quell’affresco. Vidi poi la famosa “Scuola di Atene” e mi ricordai con nostalgia delle lezioni di filosofia al secondo anno dell’università: di nuovo pensai che la fede cristiana non era puro sentimentalismo, ma colmava i secoli della ricerca razionale umana.

Il resto del tempo fino alla chiusura dei Musei lo passai nella Cappella Sistina. La mia educazione religiosa era molto disordinata, caotica e parziale, e per questo gli affreschi della Capella apparvero a me come una vera enciclopedia della storia della salvezza. Per la prima volta mi accorsi della corrispondenza reciproca tra le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, tra le storie di Mosè su un lato della Capella e le storie di Gesù sull’altro lato. Ho preso con me da Mosca il mio piccolo binocolo da teatro che adesso mi permetteva di vedere ogni affresco nei più piccoli dettagli; mi misi a raccontare con entusiasmo in inglese a un turista cinese la storia del battesimo di Gesù, quando mi chiese se sapevo chi era quell’uomo sull’affresco... Quando poi, a Mosca, raccontavo a mia madre, alle mie amiche, a mia sorella di tutte queste cose che avevo viste in Vaticano, pensavano che il mio interesse fosse dovuto soltanto al mio amore per l’arte. Ma da dove nasce l’amore per l’arte se non dalla stessa origine dell’arte che è l’intenzione di esprimere per mezzo dei colori o suoni o forme il riflesso del più bello, del più vero e del più buono che esiste nel mondo e per mezzo del quale tutto è stato fatto di ciò che esiste. Da dove in uomo questa, pur se molto limitata, capacità di creare il bello se non da Colui chi è Creatore del tutto, del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili? Se non avessi la fede, non avrei mai potuto apprezzare la bellezza di un’opera d’arte; se quell’opera non fosse stata creata sotto la mozione della fede del pittore, o almeno della sua ricerca di quell'unico Vero, Bello e Buono, che valore avrebbe oltre la semplice maestria nel dipingere?

Dalla Cappella Sistina passai, finalmente, alla Cattedrale di San Pietro. Con un sentimento assolutamente particolare lessi le grandi lettere sullo sfondo dorato sulla parte interna della cupola: Tu es Petrus et super hanc petrum aedificabo ecclesiam meam... e mi era strano pensare che proprio lì, su quel posto fu crocifisso e poi sepolto il grande Apostolo; che forse prima della sua morte abbia visto lo stesso obelisco pagano che potevo vedere anch’io adesso sulla piazza di San Pietro. Lì, dove in quel lontano primo secolo c’era il circo neroniano e subivano il martirio i primi cristiani, è sorta poi la Cattedrale di San Pietro, come il segno del Trionfo di Cristo sulla morte, sulle sofferenze, sulla schiavitù; edificata super petrum che Lui stesso ha messo come fondamento per la Sua Chiesa.

Lì, in basilica, ho visto anche un altro capolavoro – la “Trasfigurazione” di Raffaello. Di nuovo, come avrei potuto apprezzarlo se non avessi la fede? Ancora prima di partire da Mosca avevo letto parzialmente il “Viaggio in Italia” di Goethe, e allora a San Pietro mi ricordai del suo bellissimo commento riguarda quel dipinto:

 

“Come si può separare l’alto dal basso? L’uno e l’altro sono una medesima cosa: in basso ciò che soffre ed è bisognoso, in alto il potere operante e soccorritore, e l’uno s’integra con l’altro, agisce nell’altro. È mai possibile – per esprimere in altri termini il significato della scena – disgiungere dalla realtà ciò che con la realtà è in ideale rapporto?”

(J. W. Goethe, “Viaggio in Italia” – 25 dicembre 1787)

 

Ancora a Mosca l’avevo copiato nel mio quaderno dove scrivevo gli appunti per viaggio, e lì, davanti alla “Trasfigurazione”, lo rilessi. E veramente, Cristo era ed è la realtà, che è all’origine e nell’intimo di tutte le cose, e che si trova, tuttavia, in ideale rapporto con la vita che viviamo quotidianamente, anche se quest’ultima può sembrare alle volte oscura, tenebrosa, piena di sofferenze. Ma al di sopra di tutto c’è Lui, che ha riempito della Sua presenza anche i più duri momenti della nostra esistenza, anche quelli di sofferenza, della malattia e perfino della morte.

 

Per gli altri tre giorni che mi rimanevano ho pianificato degli itinerari precisi. Quasi ogni chiesa che visitavo mi testimoniava una nuova storia del martirio per la fede: San Sebastiano, Sant'Agnese, San Lorenzo, Santa Pudenziana e Santa Prassede, Santa Cecilia, Santo Stefano, Santi Cosma e Damiano... Davanti me diventavano reali le pagine della storia cristiana di cui prima avevo soltanto sentito parlare con una certa sfumatura del mito. Ma non era mito, era la verità, la testimonianza viva di tante persone che hanno sofferto per la loro fede, per il loro amore per Cristo!

Nelle chiese paleocristiane ammiravo i bellissimi mosaici che attraverso i simboli e segni che non conoscevo prima narravano di ciò in cui credevo: nella basilica di Santa Prassede, per esempio, l’antico mosaico era una vera e propria illustrazione del libro di Apocalisse. Già avevo letto negli Atti degli Apostoli la storia di San Paolo, e suor Consuelo mi ha accompagnato un giorno alla basilica di San Paolo Fuori le mura. Lì ho visto le catene con cui era legato, e poi siamo andate nell'Abbazia delle Tre Fontane dove fu decapitato. Dal Giardino degli aranci vidi il Tevere da quel punto dove, come avevo letto, c’era l’antico porto fluviale romano – proprio in quel posto potrebbero essere arrivati i primi cristiani che hanno portato il Vangelo alla capitale del mondo pagano; proprio da lì, forse, sono partiti da Roma Aquila e Priscilla che poi hanno incontrato San Paolo nei suoi viaggi missionari. Per arrivare a San Sebastiano fuori le mura ho camminato sulla via Appia Antica e sapevo che su quella stessa via camminava anche San Pietro, prima forse per arrivare a Roma e poi per lasciarla; sulla via Appia antica trovai una piccola chiesetta intitolata "Quo vadis, Domine?" sul posto dove, secondo la tradizione, San Pietro incontrò Gesù e ritornò a Roma per essere poi crocifisso.

 Ho visto anche il Carcere Mamertino, dove i primi cristiani dovevano aspettare il loro martirio, e tra loro c’erano anche San Pietro e San Paolo – adesso c’è una bellissima chiesa che sorge proprio sopra il carcere, come il memoriale del sacrificio fatto da quelli che per primi avevano riconosciuto nella fede cristiana qualcosa che valeva più della vita. Dal Campidoglio guardavo i resti della città antica - e potevo immaginare che anche San Paolo forse fosse venuto sullo stesso posto per vedere i templi pagani dei Fori quando è arrivato a Roma per predicare.

Mi ricordo il mio ultimo giorno a Roma, quando mi sedevo sui scalini accanto al Tevere; stavo godendo gli ultimi raggi del sole che a Mosca non avrei visto che tra due mesi e aspettavo la fine della pausa pranzo quando sarebbero riaperte le chiese e ne avrei potuto visitare ancora una o due prima di partire. Lì, guardando la cupola di San Pietro che si vedeva dietro ai tetti delle case, cercavo di riassumere tutto ciò che avevo visto, saputo ed imparato durante quegli ultimi quattro giorni. Che bel viaggio che è stato! Quante coincidenze mi hanno permesso di farlo! Se non avemmo trovato quella piccola chiesetta io e mia mamma due anni prima in agosto, non avrei conosciuto il signor Mario, non avrei potuto venire a Roma adesso, non avrei potuto stare dalle suore e conoscere suor Consuelo, ricevere il suo sopporto nel mio cammino di fede! E se io non sapessi parlare italiano? Se non mi fossi comprata quel “Italiano in tre mesi” in quel lontano 2009? Se non avessi incontrato, grazie all’italiano, i miei amici di Salerno e se loro non mi avessero portato alla messa?

A Roma tutto ciò in cui credevo diventava realtà, vissuta molti molti anni prima di me, la realtà delle persone che hanno sofferto per la loro fede, che hanno subito il martirio nella capitale del mondo pagano per farla diventare la capitale del mondo cristiano. La religione non era più un mito inventato dagli “uomini ignoranti per spiegare il mondo” e concentrati tutti in un solo libro, come mi ripetevano nell’infanzia – era la storia viva e reale, di cui la testimonianza perpetua ed eloquente rendevano tutte queste chiese, costruite sui luoghi del martirio, sui templi pagani, sulle catacombe. Non era nemmeno un disordine mentale, fondato sui sentimenti effimeri, come mi sembrava alle volte quando non potevo definire e spiegare nemmeno a me stessa la mia fede, che ogni anno diventava più forte e mi poneva sempre delle nuove domande. La religione era la fede di migliaia di persone vissute duemila anni prima di me, era la fede di San Pietro e San Paolo, dei primi cristiani che si riunivano di nascosto nelle catacombe, dei primi martiri che con la propria morte hanno testimoniato ciò che era per loro più importante della vita stessa, dei padri della Chiesa, dei filosofi medievali, degli artisti delle varie epoche che cercavano di esprimere per mezzo dell’arte la propria devozione a Lui! Quante volte, mentre pregavo nelle chiese che visitavo, ritornava in me il pensiero che qui non può esserci nessun inganno, che è proprio qui è la Verità che stavo cercando, nonostante tutte le parole ostili che avevo sentito nei riguardi della chiesa cattolica e apostolica romana.

 

C'era, però, una cosa che mi affliggeva e che non riuscivo a capire. Le chiese erano quasi vuote; alle volte vedevo alcuni turisti che vi entravano per uscire qualche minuto dopo, ma i fedeli erano veramente pochi. Raramente vedevo qualcuno pregare davanti all'altare; alle messe mattutine dove andavo con suor Consuelo c'erano sempre poche persone, maggiormente anziane, oppure le suore e i monaci. Come mai? Godevo ogni istante che potevo passare in chiesa; sapevo che pochi giorni dopo sarei tornata a Mosca dove per raggiungere la più vicina chiesa cattolica ci voleva più di un'ora. E se solo avessi possibilità di andare alla messa così, ogni giorno, prima della giornata di lavoro o, al contrario, di sera, o almeno andare in chiesa soltanto per qualche minuto nel corso della giornata per pregare, per stare davanti a Lui, per ringraziarLo! E qui, in questa sacra città che ha visto le prime persecuzioni e i primi martiri, che ha visto il sorgere nei secoli della Chiesa di Cristo, che è diventata il cuore della religione cristiana, – in questa città nel terzo millennio le chiese erano vuote, come se la gente non sapesse quale grande tesoro avevano accanto a loro. Come mai non apprezzano che ogni giorno possono vedere con i loro occhi la storia viva del cristianesimo, come un promemoria perpetuo dei fatti che sono successi qui quasi duemila anni fa e grazie ai quali abbiamo adesso la possibilità di essere cristiani! Quanto sono fortunati ad essere battezzati da piccoli, di appartenere alla Chiesa quasi sin dalla nascita e di poter trasmetterla ai propri figli, di non dover nascondere la fede, di poter condividerla con gli altri! Mi ricordai con amarezza di quegli articoli anticattolici di cui gli autori ortodossi denunciavano la continua scristianizzazione dell’Europa che, invece di custodire nei secoli il tesoro della fede, è andata sulla via dell’abbandono della propria identità cristiana. Ma non avevano ragione nemmeno quegli articoli: era lo sbaglio umano, non quello della Chiesa! Questo sbaglio era dovuto, come nel caso di Adamo ed Eva, all’abuso umano della propria libertà, alla pretesa moderna, come nel caso della torre di Babele, di mettersi al di sopra del mondo, all’illusione di poter cogliere tutto con la propria ragione e le proprie forze tralasciando, nello stesso tempo, il più importante e fondamentale.

E di nuovo gli stessi pensieri tornavano a tormentarmi… Se diventassi ortodossa, avrei potuto andare in chiesa ogni giorno a Mosca senza molte difficoltà – le chiese ortodosse da noi sono tante, e ultimamente ne hanno costruito una nuova proprio a due passi dalla casa mia. Di più, la religione in Russia viene accettata adesso dallo stato, gli ortodossi sono sempre più numerosi, le chiese sono piene dei fedeli, da pochi anni hanno cominciato a insegnare la religione nelle scuole e hanno riaperto le scuole domenicali per bambini; magari avrei potuto sposarmi con un uomo credente ortodosso, avere una famiglia credente e crescere i figli nella fede, così come lo sognavo... E la chiesa cattolica? Se anche in Italia, nel paese che mi sembrava essere il più cattolico nel mondo, di cui la capitale è anche la capitale del cattolicesimo stesso, - se, dunque, anche in Italia le chiese sono vuote, come avrei potuto vivere da cattolica in Russia? I cattolici a Mosca sono, ovviamente, una minoranza; ma meno male che ci sono almeno delle chiese, pur se molto lontano dalla casa mia. E se mi dovessi trasferire in una città russa in cui non ci fosse una chiesa cattolica? Cosa avrei fatto in questo caso?

Ma in cuor mio sapevo già che non avrei mai potuto trovare la verità più piena e la gioia più perfetta di quella che ho trovata nella chiesa cattolica; non mi sapevo spiegare il perché ma cresceva dentro di me la certezza che il mio posto era proprio lì, nella Chiesa che già mi aveva dato tantissimo. Signore, non mi scacciare dalla Tua Santa Chiesa!

 


 

XII

 

Quando sono tornata a Mosca, lì tutto era come prima. Mi rimanevano ancora alcuni giorni di vacanza prima dell’inizio del nuovo semestre. Stavo a casa a ripensare il mio viaggio, a riguardare le foto, e poco a poco la mia vita tornava al suo ritmo quotidiano.

Comunque, c'era qualcosa che mi mancava terribilmente, che mi faceva sentire un vuoto profondo nella mia anima, e sapevo benissimo cos’era. Mi mancava la chiesa; mi mancavano le messe mattutine di ogni giorno con suor Consuelo, le mie visite nelle chiese e le mie preghiere davanti all’altare; mi rendevo conto che non c’era nulla che avrebbe potuto riempire questo vuoto se non la chiesa stessa.

Quando arrivò la domenica, uscii da casa e andai alla messa, dopo aver inventato qualche scusa più o meno verosimile per mia mamma. Sono andata alla messa in italiano, nella chiesa di San Luigi dei francesi: è stata, infatti, una scelta consapevole. In quei giorni a Roma mi abituai al rito della messa in italiano, ormai conoscevo più o meno come si svolge, in che ordine, cosa e quando risponde il popolo; di più, l’italiano mi faceva anche ricordare con nostalgia il mio viaggio ed era anche più comodo come orario. Che sollievo che è stato tornare alla messa! Di nuovo mi sentii al posto mio, di nuovo sentii la pace dentro di me.

Così cominciai a frequentare la messa domenicale quasi ogni settimana. Al quarto anno di medicina, molto più facile rispetto a tutti i precedenti, l'orario me lo permetteva già, avevo due giorni liberi per settimana e non dovevo più rimanere tutta la domenica a casa a studiare. L'unico mio problema era spiegare a mia madre dove andavo ogni domenica sempre alla stessa ora. Alle volte non me lo chiedeva; ma quando lo chiedeva, dovevo inventare sempre dei vari motivi: che mi sono incontrata con gli amici, che facevo da guida, che sono andata in un museo... Mi dispiaceva moltissimo mentire, e per questo andavo alla messa sempre con un senso di colpa che oscurava la mia gioia, e qualche domenica non andavo per non mentire. Alle volte, comunque, ne potevo soltanto tacere e non mentire, quando, per esempio, veramente dovevo incontrarmi con gli amici dopo la messa: in questo caso dicevo tranquillamente alla mamma che uscivo con gli amici senza precisare il tempo dell'appuntamento. Alle volte facevo veramente delle escursioni per turisti, prima o dopo la messa: mia mamma sapeva che le mie escursioni potevano durare varie ore e non sospettava mai nulla.

Quando andavo alla chiesa di San Luigi, mi mettevo quasi sempre sullo stesso posto: mi ricordavo delle parole di suor Consuelo per cui stavo sulla prima panca "per essere più vicini al Signore", ma a Mosca suor Consuelo non c'era e da sola non osavo di mettermi più avanti.

 Mi sedevo sempre dietro ad un alto signore italiano, sulla settima o ottava panchina: non era né troppo vicino all’altare né troppo lontano per poter vedere e ascoltare tutto ciò che faceva o diceva il sacerdote. Quel signore veniva con la moglie a ogni messa, alle volte erano proprio loro a leggere la prima o la seconda lettura o la preghiera dei fedeli. La loro fede, così calma e costante mi confortava e mi faceva sentire più a mio agio, mi dava più sicurezza. Non avrei osato nemmeno pensare che proprio loro sarebbero diventati poi i miei padrini. Ringrazio Dio per loro. Comunque, a quel tempo, dopo alcune domeniche mi sembrò per un attimo che quel signore mi guardasse con un po’ di sospetto o forse anche di disapprovazione. Adesso sono sicura che avevo molto esagerato e che non intendeva nulla di simile, ma all'epoca fui presa veramente d'un grande timore. Ovviamente non assomigliavo ad una italiana, di più, poteva accorgersi che non andavo mai a prendere la comunione insieme agli altri – una peccatrice, una non battezzata. Mi sono impaurita, mi è sembrato di aver oltrepassato i limiti della decenza, e già la domenica seguente mi sono seduta all'ultimo banco nella navata laterale, dietro alla colonna, come prima, dove non mi poteva vedere nessuno.

Ma quanto ero stanca di vivere così! Non potevo più continuare a mentire a mia mamma senza volerlo, a nascondermi dai parrocchiani, a sentirmi come un cane che entra in cucina mentre i padroni non lo vedono, tremando dalla paura di essere сacciato via.

 

Un anno prima avevo cominciato a frequentare la scuola di canto lirico. È successo sempre a causa di coincidenze: sembrava assolutamente incredibile, ma proprio accanto alla mia università ho trovato l'unica scuola di musica a Mosca che offriva il programma gratuito biennale per i giovani di 17-21 anni. Ed io volevo tantissimo prendere le lezioni del canto! Nel cuore continuavo a sperare che sarebbe venuto il giorno in cui avrei potuto cantare per Signore in chiesa. Ho fatto un esame - ho dovuto presentare un canto popolare russo per voce e pianoforte. È successo un miracolo - mi hanno ammessa, e ci potevo studiare gratis. Così da settembre frequentavo le lezioni di musica: non soltanto di canto, ma anche di pianoforte e di solfeggio. Meno male che dal quarto anno di medicina l’orario universitario me lo permetteva.

 Tra i brani che dovevo preparare per l’esame della fine dell’anno, oltre delle arie operistiche, ci doveva essere obbligatoriamente un brano classico in latino. La mia maestra, nel passato una cantante d’opera, ha scelto per me “Ave verum corpus” di Mozart. Questo brano era quello che amavo di più; mentre lo cantavo, speravo che un giorno avrei potuto cantarlo in chiesa per il Signore; socchiudevo gli occhi, ritornavo con la mente in chiesa e pregavo dentro di me. La maestra si meravigliava del mio interesse particolare per questi brani religiosi che di solito erano per tutti la parte più noiosa del programma. Non le dicevo nulla, ovviamente: nascondevo la mia fede, la cosa più preziosa che avevo, da tutti coloro che potevano considerare sbagliata la mia scelta.

  Veramente importanti sono state anche le lezioni di solfeggio e di armonia musicale. La professoressa era una donna molto credente, e la sua profonda conoscenza della musica le aiutava a rinforzare la propria fede. Grazie a lei, ho imparato a cogliere il senso velato della musica di cui prima potevo apprezzare soltanto la bellezza esterna; una vera rivelazione è stata la musica di Bach che prima mi sembrava sempre molto difficile da capire. Non sapevo nulla della sua grande fede che lui, invece, testimoniava in quasi ogni sua opera musicale: cominciando dalle cantate, oratori, fughe e finendo con la Messa in Si minore che diventò l’espressione più eloquente e commovente della sua devozione a Cristo.

Infatti, avevo letto che alcune persone erano arrivate alla fede per mezzo della musica. Per me, invece, era tutto al contrario: per mezzo della fede sono arrivata alla musica. Se non avessi la fede, molti capolavori musicali sarebbero sembrati semplicemente una bella combinazione dei suoni, ma non più. Invece, ho scoperto poi il ricchissimo patrimonio della musica sacra: il canto gregoriano che è il puro ed intimo dialogo con Dio in musica, l’espressione udibile della preghiera interna, elevazione dell’anima devota; la polifonia di Palestrina, Scarlatti, Allegri, Desprez nella sua perfetta purezza armonica e vocale che fa pensare al coro celeste; l’immersione nella profonda e sincera preghiera e le riflessioni teologiche di Bach; le maestose e solenne messe di Mozart e Beethoven... Non avrebbero potuto scrivere questa musica se non con l’aiuto dello Spirito di Dio, se non mossi dalla devozione a Lui, dalla propria fede, dalle proprie preghiere. E quanto dovrebbero essere felici quelli che possono eseguire questa bellissima musica in Chiesa, davanti Colui chi ne era la fonte d’ispirazione!

Infatti, c’erano alcune ragazze, tra quelle che venivano con me alle lezioni di musica, che cantavano sabato e domenica in chiesa – alla liturgia ortodossa. Lo facevano per i vari motivi; una, appena sposata con un giovane prete ortodosso, era mossa, evidentemente, dal sincero desiderio di servire alla propria amata parrocchia; l’altra, dotata di una veramente bellissima voce, lo faceva anche per un piccolo contributo, perché era una di sei figli e aveva bisogno dei soldi. Comunque, non era tanto importante perché lo facevano; il solo fatto che le mie compagne potevano cantare alla liturgia mi ha fatto pensare che magari avrei potuto provare pure io. Quanto avrei voluto cantare in chiesa! A cosa mi servivano le lezioni di canto se non per aver un altro modo di lodare e glorificare Dio, colui che è stato tanto misericordioso per me?

 

Ad ogni messa domenicale a San Luigi c'è un piccolo coro, composto da due o tre ragazze e dalla maestra che oltre che cantare e dirigere suona la pianola. Già da alcuni mesi cresceva dentro di me il desiderio di chiedere il permesso di cantare con loro; dopo un intero anno di lezioni di canto ero più sicura nelle mie possibilità. Cercavo, comunque, di prevedere tutti gli esiti possibili. Mi avrebbero potuto chiedere se ero cattolica; mi avrebbero potuto chiedere se ero italiana, se ero musicista professionale - e magari il mio "no" ad almeno una di queste domande sarebbe bastato per rifiutare la mia richiesta e per farmi ritornare al mio posto sull'ultima panchina.

Così nel dubbio passò ancora un mese; era già maggio quando ho finalmente preso il coraggio di parlare con la maestra del coro. Non ero sicura, infatti, se dovevo chiedere il permesso a lei oppure al parroco; comunque, non osavo nemmeno avvicinarmi alla sagrestia per parlare con il sacerdote. Da una parte, infatti, desideravo ferventemente parlare con lui, perché intuivo che soltanto il sacerdote avrebbe potuto aiutarmi nei miei dubbi e nella mia ansia – ma avevo sempre paura che mi avrebbe detto di andare nella chiesa ortodossa e di non venire più. E nulla sarebbe stato peggiore di non poter più frequentare la messa in San Luigi! Così, per la mia pusillanimità, ho deciso di rivolgermi prima alla maestra del coro. Infatti, come cercavo di giustificare davanti a me stessa le mie azioni, anche lei avrebbe potuto mandarmi dal sacerdote, e così il risultato sarebbe stato lo stesso. In cuor mio perfino speravo che avesse fatto così: in quel caso non avrei avuto scelta e avrei dovuto per forza oltrepassare finalmente la mia timidezza e parlare con il prete. Qualsiasi fosse stata la sua risposta sarebbe stata meglio di questo indeterminato stato in cui mi trovavo.

Così, dopo la messa, mi recai all’angolo della navata laterale dove si metteva di solito il coro. Avevo una ferma decisione di chiedere il permesso di cantare con loro. Con il mio grande stupore, ho visto che nessuna delle coriste era italiana; la maestra mi ha dato subito il suo consenso senza avermi fatto nessuna domanda. Dalla prossima messa potevo già cominciare.

 Che dono immenso che mi è stato concesso! Non potevo crederci. Durante tutta la settimana preparavo i canti per la domenica: erano molto facili, ma avevo paura di sbagliare in qualche più piccola cosa e di non giustificare la fiducia che è stata dimostrata a me.

Sono andata alla messa successiva in anticipo; Vilia, la maestra, ha provato con me alcuni canti per assicurarsi che sapevo leggere le note, e tutto sembrava andar bene. Ma poi, prima che iniziasse la messa il parroco si è avvicinato al coro, per chiedere qualcosa a Vilia e si è accorto di me. Di nuovo sentii la paura di essere cacciata come non cattolica, ma con la mia grande meraviglia lui sembrava essere perfino contento di veder ingrandire il coro parrocchiale. Non mi fece nessuna domanda, mi chiese soltanto il mio nome e mi strinse con cordialità la mano.

 

Quanto è stato bello cantare durante la messa! Dentro di me mi meravigliavo della misericordia del Signore, che non soltanto ha ascoltato le mie preghiere e non mi ha cacciato via dalla Sua chiesa, ma mi ha anche permesso di cantare per Lui. Ero infinitamente felice.

La mia partecipazione al coro ha portato anche un altro beneficio. Ormai non dovevo più mentire a mia madre. Era già inizio giugno, fino a settembre non avevo più lezioni di canto, e mia madre sapeva quanto mi mancavano. Quindi, non si meravigliò molto quando le dissi che “ mi ero iscritta al coro della parrocchia italiana e da ora in poi ci dovevo andare ogni domenica”. Già le avevo raccontato che alcune delle mie compagne cantavano in chiesa, e che differenza c’era se per motivi miei avevo scelto la messa cattolica in italiano? Mia madre era abituata che m’inventavo sempre delle occupazioni nuove e strane che nessuno si sarebbe aspettato, come, per esempio, il fare da guida turistica oppure frequentare le lezioni di canto lirico oppure mettersi a studiare qualche lingua assolutamente inutile. E poi, consapevole della mia passione per la lingua italiana e per l’Italia (anche se non sapeva a cosa era dovuta quella passione) non ha visto nulla di strano – o, meglio dire, nulla di troppo strano – nel mio desiderio di cantare in chiesa. Ero molto contenta; non dovevo più mentire oppure rimanere a casa per evitare la bugia come facevo prima: dire “vado a cantare alla messa” già non era una menzogna. Tuttavia, non era nemmeno la piena verità: non ci andavo per il solo piacere di cantare. Così, sentii un immenso sollievo per la possibilità di essere più onesta con mia madre, di andare liberamente ogni domenica in chiesa e, di più, di poter essere utile alla parrocchia che frequentavo senza permesso. Cosa desiderare ancora?

Dopo poche domeniche il buon Dio mi ha fatto un altro regalo inaspettato. Visto che ormai eravamo più numerose, Vilia, la maestra del coro, ha portato dei nuovi spartiti da imparare. Con una grande emozione lessi il titolo: era Ave verum corpus di Mozart! Il brano che amavo tantissimo, che avevo tradotto dall’inizio alla fine, che avevo cantato tante volte nelle sale sovietiche della mia scuola di musica e che speravo tantissimo di poter cantare un giorno per Signore! Mi sentivo infinitamente felice, con tutto il mio cuore ringraziavo il Signore e mi meravigliavo senza fine del Suo Amore di cui mi colmava nella Sua chiesa, dove sono venuta senza permesso, come un ladro, ma dove mi ha accolto come figlia invece di punirmi per la mia caparbietà.

 

C’era, comunque, una cosa che cominciava a preoccuparmi sempre di più e che ha oscurato la mia felicità di poter cantare per Signore. Una volta dopo la messa, mentre con il nostro coro andavamo alla metro, Vilia parlava della sua giovinezza e ci ha raccontato che molti anni prima, a causa di varie circostanze, aveva provato a cantare nel coro ortodosso, ma ha saputo che gli ortodossi non ammettevano tra loro cantori cattolici. Subito pensai alla mia situazione. Nessuno non sapeva nulla di me: né chi ero, né in cosa credevo, né se ero battezzata o no, e, se battezzata, in quale chiesa. Nessuno mi poneva queste domande. Era vero che non mentivo più a mia madre, ma non era una nuova bugia ciò che facevo? L’inganno può consistere non soltanto nel dire certe cose, ma anche nel tacerle. Mi consolava il fatto che le altre ragazze del coro non erano cattoliche: da quanto riuscii a capire, erano ortodosse. Ma almeno erano battezzate! Forse Vilia non mi ha chiesto nulla perché aveva semplicemente pensato che ero anch’io battezzata? La gente spesso pensa troppo bene di me; magari, Vilia semplicemente non sospettava che avessi potuto tacere tale cosa. Forse, il mio dovere era quello di avvertirla? Il mio silenzio, la mia storia tacita mi sembrava ormai un delitto contro quella parrocchia che mi aveva accolta con tanta generosità – e perfino poteva essere un’offesa al Signore se a Lui non era gradita la partecipazione tanto attiva alla messa dalla parte dei non battezzati come me. Sarebbe stato meglio, magari, continuare a stare umilmente come prima sul banco in fondo.

 

Così passarono giugno e luglio; a mia mamma dicevo ormai apertamente dove andavo, e lei, anche se le sembrava sempre strano quel mio desiderio, non me lo impediva e perfino non mi dimostrava la sua scontentezza pur se ce l’aveva. Espresse lievemente la sua disapprovazione solo quando andai alla messa anche la domenica del mio compleanno nella fine luglio, ma, magari, se lo spiegò soltanto con il mio senso del dovere: se mi sono messa a cantare nel coro, allora dovevo farlo ogni domenica.

In agosto ripartivo di nuovo per l’Italia, in Sicilia quella volta, dai miei primi turisti: la signora siciliana ed io continuavamo a scriverci lettere, e molti mesi prima mi aveva invitato alle nozze di sua figlia. Quell’estate passai in Italia due settimane intere; al mio ritorno, però, decisi di stare ancora qualche giorno a Roma. Suor Consuelo a settembre doveva ripartire per il Messico, ma in agosto era ancora lì a Roma. Quanto sono stata felice di rivederla! Le comunicai la mia gioia per tutti i cambiamenti che erano successi durante quei mesi dopo il mio ritorno in Russia, per il mio avvicinamento alla chiesa, per la mia partecipazione al coro... Il risultato di quei cambiamenti li ha visti pure il signor Mario quando sono andata a salutarlo: “Cos’è successo a Mosca in quei mesi che sei cambiata tanto?” – mi chiese con stupore. – Sei diventata molto più tranquilla, serena, contenta!”.

Quanto ero felice di essere di nuovo a Roma... Di nuovo andavo alla messa ogni mattina con suor Consuelo, poi tutta la giornata giravo la città e visitavo tantissime chiese e in ognuna mi fermavo a lungo, godendo di ogni istante possibile per essere più vicina al Signore, e sempre Lo pregavo di aiutarmi a diventare cattolica, a entrare nella Sua chiesa come Sua fedele. Mercoledì le due consorelle di suor Consuelo mi hanno anche portato all’udienza generale del Papa che faceva ogni settimana in piazza San Pietro. La piazza era piena di gente, di tutte le nazioni, di tutte le lingue, ed io stordita mi ripetevo dentro di me che loro tutti erano cattolici, che condividevo con me la stessa fede e che come me erano venuti oggi qui a San Pietro per ascoltare la predica del Vescovo di Roma, successore di Pietro e pastore in terra di tutta la nostra Chiesa, - per ascoltare il Papa. La predica era tradotta in sei o sette lingue, tra cui era anche arabo e cinese; è stato bello ascoltare il testo Evangelico in tutte quelle lingue – veramente la chiesa era Universale, estesa fino ai più lontani confini della terra. Il russo, comunque, non c’era e questo di nuovo mi ha fatto pensare con amarezza quanto scandalosa sarebbe sembrata la mia scelta quando fossi tornata a casa. Ma già ero sicura che diventare cattolica era veramente ciò che desideravo. Sempre la mia ragione mi poneva dei dubbi, infine deboli e incerti, che la mia scelta potesse risultare sbagliata dal punto di vista razionale, ma ormai non mentivo più a me stessa e sapevo benissimo ciò che bramavo nel mio cuore, e non c’era sbaglio.

Quattro giorni passati a Roma, le messe ogni mattina, le mie lunghe e sincere preghiere nelle chiese, le mie riflessioni provocate da questa testimonianza tacita e costante che mi dava la città eterna, il supporto quasi materno di suor Consuelo – sentii che era arrivato il momento in cui dovevo compiere il passo definitivo nel mio cammino religioso. Sono tornata a Mosca fermamente decisa di parlare finalmente con il nostro parroco – padre Giampiero.

XIII

 

Tutto o niente. Tale era il mio stato d’animo quando andai alla messa a San Luigi dopo il mio ritorno dalle vacanze estive. Vilia non era ancora tornata in Russia e dovevo sostituirla io; sono venute le altre ragazze del coro, riposate e contente di rivedersi dopo agosto.

Mi trovai in una grande commozione tra diversi sentimenti che provavo. Da un lato, come sempre alla messa, gioivo della possibilità di ascoltare le Letture, di pregare insieme agli altri, di essere presente al Suo Mistero; di più, ero felice di tornare di nuovo a San Luigi, nella parrocchia che già quasi consideravo la mia, ed ero felice di poter di nuovo cantare per Dio: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio...(Sal 41) Dall’altro, ogni minuto che passava e si avvicinava la fine di quella messa cresceva in me l’ansia davanti ciò che sarebbe dovuto arrivare dopo. Ero fermamente decisa a parlare con padre Giampiero - se lui era disponibile – e cercavo di prepararmi a qualsiasi esito. Cosa mi avrebbe detto? Ormai volevo raccontare le cose come erano: non potevo più sopportare quello stato che vivevo, come una clandestina ed ingannatrice. Poi, provavo sempre dei rimorsi per non esser mai stata alla liturgia ortodossa: ero pronta ad affrontare tante difficoltà per frequentare le messe cattoliche, ma sempre mi ostinavo nel non volere andare dagli ortodossi. Se fossi andata almeno una volta ad una liturgia ortodossa e se avessi sentito lì la stessa pace nell’anima, la stessa gioia serena, fiducia assoluta e felicità perfetta, avrei potuto giustificare in qualche modo la mia tendenza verso il cattolicesimo. Ma non l’ho mai fatto! Mi sono convinta di provare chissà quali sentimenti, credevo di essere chissà chi, di essere chiamata da Lui proprio nella chiesa cattolica! Ma adesso sarà padre Giampiero a fare la giustizia. Speravo che, per bontà sua, non si sarebbe troppo arrabbiato per la mia arroganza di venire a cantare alla messa. E se mi avesse vietato di partecipare alla messa italiana, almeno per qualche periodo, non so, per esempio per prova? Se mi avesse mandato nella chiesa ortodossa dove dovevo andare per il solo fatto della mia nazionalità? Ero pronta ad accettare qualsiasi esito.

 

“La messa è finita, andate in pace.”

“Rendiamo grazie a Dio”.

Abbiamo finito l’ultimo canto; le ragazze se ne andarono a prendere il caffè insieme, mi hanno chiamato con loro, ma io ho inventato qualche scusa per trattenermi in chiesa. Con i piedi vacillanti mi recai in sagrestia. Per la prima volta nella mia vita dovevo parlare con un sacerdote.

“Ho bisogno di parlare con lei, se è possibile”.

Mi sembrò che non se lo aspettava ma accettò subito e mi chiese di aspettarlo in chiesa.

Mi misi su un banco ad aspettarlo. Quei minuti sembrarono essere un’eternità. Cosa deve sentire il delinquente prima del giudizio che lo destinerà o alla morte o alla vita? Alzai lo sguardo alla volta della nostra chiesa di San Luigi: c’è nell’abside la copia del frammento della “Trasfigurazione” di Raffaello dove è raffigurato il Cristo glorioso, avvolto di luce, nelle vesti bianche, e sotto, in terra, le figure degli Apostoli prostrati nello sbalordimento e nell’adorazione. Pregavo con tutto il mio cuore, ripetendo la mia vecchia formula: “Signore, permettimi di rimanere nella Tua Santa Chiesa!”.

Ecco finalmente padre Giampiero. Mi sentivo tutta in subbuglio, balbettai nel modo sconnesso la mia storia, parlai della mia prima visita nella chiesa cattolica a San Pietroburgo, della mia famiglia atea e del mio desiderio di battezzarmi, della mia prima messa, della paura di sbagliare nella scelta e di dover andare nella chiesa ortodossa... Mi ascoltò molto attentamente. Poi cominciò a parlare, la sua risposta era il totale contrario di ciò che mi aspettavo. Mi propose di cominciare il corso di catechesi: di cominciare la preparazione al battesimo. Almeno per verificare il mio desiderio di essere battezzata nella chiesa cattolica perché la nazionalità, secondo lui, non importava nella scelta della chiesa.

Non potevo credere alle mie orecchie. Aspettavo di essere respinta, ma ho ricevuto un abbraccio paterno. Poco a poco a me è arrivato il senso delle sue parole. Non mi scacciava via. Non c’era bisogno che mi allontanassi dalla chiesa, nemmeno per un tempo di prova. Di più, ormai davanti a me si apriva la via verso la chiesa, verso il battesimo, verso ciò che desideravo da tanti anni. La via, la verità e la vita... Com'è simile questo a tutto ciò che Dio fa nella sua grande misericordia per coloro che non sono degni di rivolgersi a Lui! Davanti ai miei occhi apparve il quadro di Rembrandt che avevo visto all'Ermitage a San Pietroburgo - il famoso "Ritorno del Figlio Prodigo", dove il figlio, umiliato, pentito, contrito, si accosta al Padre misericordioso che lo accoglie e lo conforta.

 

 

Così, da quell'autunno iniziai la mia preparazione al battesimo. Ma dovevo ancora parlare con mia madre. Era inutile continuare a tacere, non potevo, non dovevo e non volevo più nascondere la mia fede.

Non sapevo, comunque, come abbordare quell’argomento. Pochi giorni dopo stavamo prendendo il tè serale, io e mia mamma. Parlava come al solito dei suoi studenti, del nuovo semestre, del tempo troppo caldo per settembre, e non sospettava assolutamente nulla.

“Mamma, mi farò battezzare.”

Pensò che fosse uno scherzo: mi guardò con un sorriso incredulo.

“Nella chiesa cattolica. Circa tra un anno.” – aggiunsi un instante dopo.

Se le avessi detto che mi sarei sposata l’indomani, sarebbe stata meno sorpresa.

Una lunga pausa.

“Ma pensavo sempre che bisogna credere in Dio per battezzarsi, no?” - mi chiese calma con un tono paziente, come faceva nella mia infanzia quando stavo dicendo qualche evidente sciocchezza.

Era il mio turno di essere sorpresa. Non aspettavo questa domanda: certo che il mio desiderio di battezzarsi indicava la mia fede in Dio! Ma per me era ancora difficile dire apertamente a mia mamma “Credo in Dio”. Per questo risposi alla sua domanda con un’altra.

“Perché pensi che non credo in Dio?..”

Un’altra pausa. Si alzò e cominciò a sparecchiare la tavola. Forse, si stava già inventando mille ragioni che mi potevano spingere a questo passo che secondo lei indicava che avevo dei gravi problemi psicologici. Si è ricordata forse di quel nostro discorso di un anno prima, quando le avevo parlato del battesimo per la prima volta. Poi mi disse con la voce in cui ho intuito una forte ansia:

“Vera, senti, mi preoccupa tutto questo! Non mi piace!”

Lo sapevo. Ma cosa potevo fare?

 

Ormai mia madre vedeva che per me era una decisione molto ponderata, anche se non capiva cosa mi aveva spinto a questo passo. Ne vedeva piuttosto qualche mia tragedia personale e non riusciva a capire che invece di una tragedia era il dono più grande e più bello che avessi mai potuto ricevere.

Dopo alcuni giorni dissi pure a mia sorella che volevo battezzarmi nella chiesa cattolica. Mi guardò con una grande stupore, mi disse: ”Sei sempre stata incomprensibile… A cosa ti serve? E poi, anche se credi, a cosa serve la chiesa?”.

 

 

Infatti, nei primi mesi non osavo ancora a pronunciare davanti i miei “Credo in Dio” anche se era già chiaro per tutti. Ma mia mamma e mia sorella evitavano di chiedermelo direttamente: avevano paura di sentire la risposta che non avrebbero voluto sentire mai. Così come si evita di parlare della malattia grave in presenza dell’ammalato, anche se tutti conoscono bene il nome del male. Così anche la mia fede era per loro una malattia grave, che, tuttavia, non potevano più né ignorare né, tanto meno, accettare.

Mio padre, visto che ci vedevamo raramente, non sapeva che frequentavo la chiesa. Comunque, una volta è venuto da noi in giorno di domenica, proprio quando io ero alla messa. Chiese a mia sorella dove ero: lei rispose che io me n’ero andata come ogni domenica a cantare. “A cantare? Spero che non in chiesa?" - chiese come per scherzo. Poi ha saputo che era proprio così e che non era uno scherzo. Infatti, dopo il divorzio hanno conservato delle buone relazioni, lui e mia madre, ma lei non si rivolgeva a lui che nel caso di una forte necessità che affliggeva me o mia sorella. Ma adesso era, evidentemente, proprio una materia che lei considerò “grave”. Condivise con lui le sue preoccupazioni riguardo al mio stato, al mio desiderio di battezzarmi, delle messe ogni domenica... Lui, invece, non ne vide nulla di serio; rimase perfino contento che avevo scelto la chiesa cattolica, perché considerava la chiesa ortodossa un totale “oscurantismo medievale”. Come ho saputo dopo, non pensava allora che potessi veramente credere in Dio: pensava che la Chiesa mi attraesse soltanto “dal punto di vista estetico”, visto che m’interessavo dell’arte, della musica, del canto, della filosofia e delle lingue europee. Non sapeva che il nesso logico tra la mia fede e i miei interessi era tutto al contrario.

Comunque, io continuavo tranquillamente ad andare alla messa ogni domenica; durante la settimana frequentavo pure il catechismo che mi insegnava padre Giampiero. Veramente infinita è la mia gratitudine a lui. Quanto è stato prezioso il catechismo per la mia fede! Per descrivere il mio percorso del catecumenato, la crescente consapevolezza della propria fede, le infinite scoperte che potevo fare grazie al cammino spirituale sotto la guida della Chiesa, le rivalutazioni nuove di ogni avvenimento della mia vita, le conclusioni che ne ho potuto trarre durante quei quasi due anni – ci vorrebbero le altre cento pagine. E’ sempre a quel tempo che ho cominciato a tenere un diario: grazie alla catechesi, grazie all’approfondimento della mia fede sentivo il bisogno di scrivere tutte le nuove osservazioni che potevo fare, tutti i momenti in cui Dio si rivelava a me di nuovo e di nuovo, di analizzare tutte le esperienze che Dio mi faceva affrontare... Finalmente ho potuto rimettere in ordine tutto quel caos in cui si trovava la mia conoscenza della fede: infatti, quella conoscenza risultò essere molto scarsa, nonostante tutti i miei tentativi di acquistarla che avevo fatto prima di arrivare in chiesa. Ormai ho potuto finalmente ricevere le risposte a tutte le domande che mi tormentavano prima; rinvigorita dalla conoscenza e dalla consapevolezza razionale, la mia fede diventava sempre più salda e forte.

Più approfondivo la mia fede, più diventavano per me chiari i miei sbagli e le mie mancanze, sia quelli del passato che attuali. Quanto mi rimproveravo per la mia paura che mi aveva impedito di venire in Chiesa prima - e quanto ringraziavo il Signore che mi ha permesso di fare alla fine quel passo decisivo verso il mio futuro battesimo! Il mio dubbio più grande – quella della scelta della chiesa, - si dileguò definitivamente. Mi sembrava sentire su di me una mano potente che mi guidava con paterna premura verso quell’unica Chiesa dove era il mio posto - Una, Sancta, Catholica et Apostolica Ecclesia. Mi ricordavo delle preoccupazioni che avevo quando cercavo di immaginare la mia vita futura in Russia: avevo paura di non poter mai formare una famiglia cattolica, educare i miei futuri figli nella fede cattolica - qui, in Russia, dove i cattolici sono tanto pochi. Ormai tutte queste preoccupazioni scomparirono senza lasciar traccia: mi diventò chiaro che non erano che le conseguenze della mia poca fede di quel tempo. Come mai mi permettevo di pianificare la mia vita così? Ormai mi affidavo interamente al Signore; il mio futuro destino l’ho posato interamente nelle Sue mani: non affanatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini (Mt 6, 34). Se Lui ha voluto vedermi nella chiesa cattolica e non in quella ortodossa, se è stata questa la Sua volontà, cosa potevo desiderare di meglio? Ed ormai, grazie alla chiesa, grazie al catechismo, grazie a padre Giampiero, dopo le mie preghiere e le mie riflessioni, non avevo più dubbi che è stata questa veramente la Sua volontà. Non ho scelto la Chiesa Cattolica a causa dell’antipatia verso la chiesa Ortodossa come supponevano poi alcuni che, come mio padre, disprezzavano “l’oscurantismo” ortodosso: non avevo assolutamente nulla contro la chiesa ortodossa; al contrario, la amo come una Chiesa fraterna, la ammiro e la rispetto profondamente per la sua osservanza conservata da secoli, per la sua austera tensione di conservare la Chiesa così com’era nei primi secoli del cristianesimo. Ammiro i cristiani ortodossi – conosco parecchie persone, di grande fede, speranza e carità; ammiro le loro famiglie fondate sulla fede, gioisco quando vedo i loro bambini che crescono con la piena consapevolezza del Padre misericordioso. Veramente la religione rinasce in Russia, e non posso non provare per questo un’immensa gioia e gratitudine.

È vero poi, che ci sono e ci saranno sempre dei stolti che pensano “Dio non esiste” (Sal 53), che si scandalizzano per le costruzioni delle nuove chiese e per le lezioni di cristianesimo nelle scuole - e nello stesso tempo non sanno nemmeno chi era Gesù, cosa ha insegnato, cosa ha fatto!.. Per loro è una persona mitologica, come Zeus o Ra o Mitra, - e non vogliono nemmeno sapere la storia, le testimonianze dei storici romani o greci e non credono agli autori degli Vangeli. Festeggiano il Natale e ignorano chi ne è il vero protagonista; festeggiano l’inizio di un nuovo anno e non si rendono conto che dicono “l’anno ... dopo Cristo”. Così, infatti, ero pure io prima della mia conversione – ma il Signore nella sua infinita misericordia ha voluto strapparmi dalle tenebre in cui vivevo e farsi conoscere. Questo rimane per me il più grande mistero - come mai Lui ha voluto chiamarmi, come mai si è chinato su di me e mi ha invitato a seguirLo? Se solo potessi essere utile a Lui, se potessi diventare il Suo strumento, se con la Sua grazia potessi far arrivare a Lui coloro che sono ancora nelle tenebre – di più non potrei desiderare per la mia vita.


 

XIV

 

È arrivato poi il Natale – il primo Natale nella mia vita che celebravo quasi da cattolica. Non dovevo più nascondermi, anzi, potevo condividere la mia gioia apertamente con gli altri. Ho potuto andare alla messa della notte di Natale senza inventare le scuse per mia madre per spiegare la mia assenza – ho semplicemente detto la verità. Mia mamma non protestava, non cercava di dissuadermi; di più, non è andata a dormire ed è venuta a prendermi in macchina dalla metro. Veramente mi ha commosso l’umiltà con cui lei cercava di accettare la religiosità di sua figlia: sapevo che non le piaceva, che dentro di sé era sempre contro, che provava una forte ansia per me, ma nello stesso mi sopportava.

In quel Natale sentii definitivamente che la mia vita era legata indissolubilmente a Dio – e anche alla Chiesa che era l’unica porta per effettuare questo legame, la porta aperta da Lui stesso, – ed accettavo questo legame con gioia e gratitudine. Mi sembrava alle volte come camminassi sul filo del rasoio con gli occhi chiusi, non sapendo cosa ci sarebbe stato più avanti; ma che dolcezza c'era in questa fiducia, in questo abbandono a Lui! E com’è possibile non provare questa fiducia? Da sola non avrei mai potuto ottenere nulla, misera e peccatrice come sono; tutto ciò che ho è Suo dono, il risultato del Suo aiuto. Non c’è nessun merito mio nel percorso che avevo fatto, ma è stato Dio che mi ha sostenuto sempre. Mi stupiscono profondamente le cose che ha fatto per me. Non sarei mai arrivata in Chiesa se non mi guidasse, se non fosse stata la Sua volontà, e Lui solo sa perché ha voluto vedermi cattolica e non ortodossa... Nello stesso tempo, non ha mai tolto nemmeno la più piccola parte della mia libertà personale, facendomi agire in ogni momento come credevo meglio, riflettere su ogni mio passo e capire, alla fine, cos’era la vera libertà. La libertà che consiste non nel fare ciò che si vuole, ma nel voler fare e fare ciò che Lui vuole che tu faccia. Questa libertà non viene mai meno, non diventa mai un’oppressione, anzi, cresce e diventa sempre più piena quando la porti in dono a Lui, quando diventa l’ubbidienza libera e piena del desiderio di ubbidire a Colui che unicamente porta senso e gusto ad ogni istante della vita, che libera dalla schiavitù delle preoccupazioni effimere e delle tentazioni di quaggiù.

*****

Tuttavia, durante i primi mesi non dicevo ancora a casa che frequentavo il catechismo, anche se i miei sapevano che mi stavo preparando in qualche modo al battesimo. Non lo nascondevo, ma nessuno mi poneva delle domande: ci andavo a mezza giornata, dopo le lezioni di mattina e prima di quelle di sera, e, quindi, tornavo a casa alla stessa ora come prima. Infatti, volevo dirlo a mia mamma: ormai non sentivo più nessun bisogno di tacere, ma sapevo che per lei sarebbe stato difficile da accettare. Non volevo farle male e nello stesso tempo mi rendevo conto che era inevitabile, prima o poi.

L’ho confessato a mia madre dopo Capodanno, quando ero in vacanza e dovevo uscire di casa soltanto per andare alla catechesi. Quando tornai, mia mamma mi chiese dove ero stata pensando che avessi incontrato qualche amica. Le dissi la verità – le dissi anche che ci andavo, infatti, quasi ogni settimana. Apparentemente sembrava tranquilla, ma vidi che rimase preoccupata.

La sera dello stesso giorno stavo suonando il pianoforte, e dopo tutti i brani classici che suonavo di solito ho provato pure qualcosa per la messa della domenica successiva. Mia mamma stava nella sua stanza con i quaderni dei suoi studenti e mi ascoltava mentre stavo suonando. Però, dopo Schubert e Chopin ha subito riconosciuto la musica liturgica. È venuta da me e mi chiese cosa stavo suonando. Quando le spiegai che era la musica per la messa, la sua pazienza raggiunse il limite. Finalmente espresse tutto ciò che appesantiva il suo cuore di madre.

“Non mi piace questa tua religiosità! Mica sei una vecchia per correre in chiesa ogni domenica... Stai diventando proprio fanatica, non voglio vederti così! Non c’è nulla di sbagliato in te, sei una ragazza bella e giovane, a cosa ti serve la fede, cosa ti dà?!” Sentii una forte ansia nella sua voce. “Non nemmeno pensare di entrare al convento!”

  Agli suoi occhi il convento sarebbe stato, evidentemente, l’esito peggiore della mia crescente religiosità.

“La fede mi dà la felicità, mamma...”

 

Comunque, rimanemmo molto preoccupate tutte e due: mia madre per me, ed io per lei. Non volevo farla soffrire, non volevo farle male. Vedevo nei suoi occhi un forte dolore per me, per il mio futuro; le sembrava che mi stessi proprio distruggendo la vita. Poteva ammettere la religione fino ad un certo punto, ma non poteva capire come era possibile metterla al primo posto nella vita. Cara la mia mamma, è veramente una persona di un’onestà, carità e umiltà particolari, sempre pronta a perdonare, ad aiutare a qualunque ne abbia bisogno; è proprio una seconda madre per i suoi studenti che si rivolgono a lei non soltanto nel caso delle difficoltà con la fisica, ma anche nelle varie vicissitudini della loro vita. So che il Signore la ama molto e so che lei è veramente vicina a Lui – ma non si accorge di Lui perché non Lo conosce. Prego tanto per la sua conversione. So quanto difficile è stato per lei accettare la mia fede, ma che grande umiltà ha dimostrato! Non mi creava mai nessun ostacolo; di più, cercava di aiutarmi sempre quando ne avevo bisogno e di nascondermi la sua ansia per non farmi preoccupare per lei. Alla fine, quando la mia fede diventò evidente per tutti, quando non tacevo più, ho cominciato a fare delle lunghe conversazioni con mia madre e mia sorella di religione, del cristianesimo, del senso della vita umana.

Mia madre ha capito che ciò che era successo in me non era qualcosa fugace ed effimero, ma era per me una cosa molto seria, che influenzava ormai ogni aspetto della mia vita. Evidentemente non le piaceva; prima cercava di farmi tornare alla ragione, mille volte mi chiedeva cosa mi aveva fatto iniziare a credere. Si stupiva della mia fede, cercava e non trovava nessuno che magari mi avesse fatto il lavaggio del cervello o mi fosse stato d’esempio. Le raccontai tutto ciò che potevo capire io stessa della mia storia, ma nulla diventava più chiaro. Nonostante tutte le parole con cui cercavo di consolarla, di dimostrarle che non vieniva mai meno il mio amore per lei, che la chiesa non mi separa dalla famiglia, si sentiva colpevole e cercava le radici della mia religiosità pure negli sbagli che credeva di aver commesso nella mia educazione.

Alla fine, vedendomi felice e contenta, nella sua grande umiltà ha accettato la mia fede, almeno fino al punto al quale poteva accettarla.

 Ha cercato perfino di volgere tutto in scherzo per non dimostrarmi la sua preoccupazione: diceva che avrebbe dovuto darmi un altro nome e che ormai “avevamo in casa una Fede cattolica”, visto che il mio nome – Vera – significa “fede” in russo. Infatti, è un tipico nome ortodosso, con cui i genitori credenti potrebbero far battezzare la propria figlia, ma nella mia famiglia è stato scelto quasi per caso. Quando sono nata, sia nonna Tamara che nonna Galia mi volevano dare il nome secondo i propri gusti e si opponevano tra loro, ai miei genitori non piaceva nessuno di questi nomi, ma quelli, che proponevano loro, non piacevano per niente alle nonne. Alla fine hanno scelto il nome della sorella di mia madre, zia Vera, come unica persona che non proponeva nessun nome, non insisteva sui nomi proposti, e non si opponeva a nessuna variante.

 

Più radicale nel suo atteggiamento era mia nonna Galia. Evitava con ostinazione – e evita ancora! – di parlare con me della mia fede; so che ne parlava con mia madre che confidò poi a me le sue parole: “Se decide di entrar in convento, dille che avrò un infarto”. Come mia madre, ha già pensato il peggiore esito, secondo lei, delle mie “stranezze”.

Mi rattristarono le sue parole: vidi di nuovo che la mia fede era per tutti il motivo di scandalo. Lo era anche per mia nonna, anche se è stata proprio lei a leggermi la Bibbia per la prima volta nella mia vita.

Grazie alla consapevolezza acquistata durante la mia catechesi, non nascondevo più a nessuno la mia fede. Non vedevo più nessun motivo per nasconderla e non lo volevo più. Ho riparlato con Daria, mia compagna di facoltà: lei all’inizio rifiutava di accettare la mia decisione di farmi cattolica e continuava a considerarmi una pecora smarrita. Poi, poco a poco, siamo diventate veramente amiche, sempre grazie alla fede comune che potevamo condividere una con l’altra, che era la stessa fede, la stessa devozione a Cristo. Ho scoperto e ho demolito tanti miti che aveva Daria nei riguardi del cattolicesimo e che rafforzavano la sua certezza nell’ereticità della chiesa cattolica; ovviamente, le differenze dogmatiche rimanevano, così come la Chiesa Cattolica rimane eretica per gli ortodossi, ma almeno cominciò a trattarla con più tolleranza.

Mi sono ricordata del suo consiglio di andare a parlare con padre Ioann, cattolico convertito nell’ortodossia – consiglio che non ho mai seguito.

Alla fine mi è capitato di conoscere padre Ioann. A giugno, in occasione dell'anno giubilare della misericordia, abbiamo fatto con la parrocchia il breve pellegrinaggio dalla nostra chiesa di San Luigi alla cattedrale dell'Immacolata Concezione. C'era ancora una tappa sul nostro itinerario: la chiesa ortodossa dei Santi Cosma e Damiano, dove padre Giampiero si era accordato per un incontro dei nostri parrocchiani con padre Ioann (Giovanni). Lì, ai Santi Cosma e Damiano, lui ci parlò della sua vita da prete ortodosso; non ha detto nulla di ciò che avevo paura di sentire due anni prima, all’epoca del mio viaggio a Roma. Non ha pronunciato nemmeno una parola contro la chiesa cattolica, ne parlava sempre con un grande amore filiale. È successo così che il Signore l'ha voluto prete ortodosso, e padre Ioann ha risposto a quella chiamata. Ha fatto veramente molto per i fedeli ortodossi che erano sperduti e avevano bisogno di un pastore nella difficile epoca degli anni novanta. Non c'era nessun sbaglio. La Chiesa ortodossa era ed è una Chiesa fraterna. 

Ero molto felice di udire tutto questo. Pensai, che se anche fossi andata quel gennaio a chiedere il suo consiglio, come mi diceva Daria, non mi avrebbe detto che stavo sulla strada sbagliata. Chissà, forse mi avrebbe perfino incoraggiata a non temere e ad avvicinarmi alla chiesa cattolica? Così, magari, mi sarei risparmiata alcuni mesi di dubbi e avrei cominciato la mia preparazione al battesimo prima. Non lo so e non lo saprò mai, cosa sarebbe successo in quel caso, ma grazie all'incontro con padre Ioann mi convinsi ancora di più della mia scelta, che non era soltanto la mia scelta, ma innanzitutto la volontà del Signore.

Alla fine del nostro pellegrinaggio arrivammo alla Cattedrale di Immacolata concezione. Mi ricordai di nuovo di quel tempo difficile in cui ci andavo di nascosto, pregavo disperata, non osavo nemmeno immaginare che sarebbe potuto arrivare il giorno in cui avrei potuto entrarvi come nella mia Chiesa, senza paura di essere cacciata. Salimmo le scale e passammo per la Porta Santa della misericordia. Dentro stava finendo la messa domenicale dei cattolici armeni; non me la aspettavo: entrammo nella cattedrale piena di luce, del canto di lode nella lingua sconosciuta, del profumo d'incenso. Per un attimo mi sembrò che così dovesse essere il paradiso: davanti Dio, con angeli e moltitudine di cori celesti che cantano lode a Lui, avvolto della luce dorata. Mi ricordai anche di un bel sogno che avevo visto a sei o sette anni: ho sognato che stavo guardando l’alba dalla cima della montagna e nella mia memoria rimase inciso per molto tempo il bellissimo sentimento di felicità che mi causava la luce che poco a poco riempiva tutto mentre il sole si alzava. Da allora ho desiderato vedere un’alba così in realtà, non in sogno, ma non vi riuscivo; ma lì, quando siamo arrivati nella cattedrale, mi parve che il mio vecchio sogno d’infanzia diventasse realtà: la stessa luce che riempie tutto, che dà una perfetta felicità...

Il nostro pellegrinaggio era finito. Pensai che in questo modo si dovrebbe svolgere anche il pellegrinaggio terreno della stessa vita: dopo un percorso lungo e non sempre facile, con continue tentazioni di distrarsi dallo scopo del cammino, al cammino stesso, al freddo, sotto il cielo grigio senza sole, ma nello stesso tempo accompagnato dalle preghiere, permeato dalla fiducia – portare a compimento quel percorso ed arrivare finalmente alla Luce di Dio, alla contemplazione perenne di Lui.

Tuttavia, mentre stavo pensando tutto questo, fui avvolta improvvisamente dalla certezza, che qui, in questa cattedrale, era lo scopo e la fine anche di un altro mio “pellegrinaggio”: il pellegrinaggio che era cominciato in quel lontano aprile del 2009 e che adesso padre Giampiero mi aiutava a portare al compimento con il mio Battesimo. E nello stesso tempo, certamente, nemmeno il Battesimo non è ancora la fine, anzi l’inizio: credo che il percorso verso il battesimo sia stato la prima tappa dell’intero pellegrinaggio della mia vita.

 

Adesso, quando finisco di scrivere, rimangono due giorni al mio battesimo - il giorno che stavo aspettando da tanto tempo. Quasi otto anni sono passati dopo la mia conversione. Ho sempre pensato (e lo penso ancora) che le proprie memorie non si scrivono che in età matura, alla fine della vita, per riepilogare gli anni vissuti – ma non a ventidue anni. Comunque, in un certo senso, mi sembra che davvero adesso stia finendo la mia vecchia vita, da non battezzata, da dubbiosa, da incerta, e col Battesimo comincerà per me una vita nuova, da cristiana cosciente: la vita in Cristo e con Cristo, in cui potrò finalmente chiamare Dio col nome Padre, sarò purificata con la Sua grazia dai miei peccati, potrò accostarmi a Lui nella Santa Comunione per riconoscere e compiere la Sua volontà e per portare in sacrificio a Lui ogni istante della mia vita, Suo dono.

 

O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.

(Rm 6, 3-7)