ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

Dalla Costituzione Apostolica «Munificentissimus Deus» di Pio XII, papa

(AAS 42 [1950], 760-762. 767-769)

I santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi, rivolti al popolo in occasione della festa odierna, parlavano dell'Assunzione della Madre di Dio come di una dottrina già viva nella coscienza dei fedeli e da essi già professata; ne spiegavano ampiamente il significato, ne precisavano e ne apprendevano il contenuto, ne mostravano le grandi ragioni teologiche. Essi mettevano particolarmente in evidenza che oggetto della festa non era unicamente il fatto che le spoglie mortali della beata Vergine Maria fossero state preservate dalla corruzione, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste glorificazione, perché la Madre ricopiasse il modello, imitasse cioè il suo Figlio unico, Cristo Gesù.

San Giovanni Damasceno, che si distingue fra tutti come teste esimio di questa tradizione, considerando l'Assunzione corporea della grande Madre di Dio nella luce degli altri suoi privilegi, esclama con vigorosa eloquenza: «Colei che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità doveva anche conservare senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Colei che aveva portato nel suo seno il Creatore, fatto bambino, doveva abitare nei tabernacoli divin. Colei, che fu data in sposa dal Padre, non poteva che trovar dimora nelle sedi celesti. Doveva contemplare il suo Figlio nella gloria alla destra del Padre, lei che lo aveva visto sulla croce, lei che, preservata dal dolore, quando lo diede alla luce, fu trapassata dalla spada del dolore quando lo vide morire. Era giusto che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio, e che fosse onorata da tutte le creature come Madre ed ancella di Dio».

San Germano di Costantinopoli pensava che l'incorruzione e l'assunzione al cielo del corpo della Vergine Madre di Dio non solo convenivano alla sua divina maternità, ma anche alla speciale santità del suo corpo verginale: «Tu, come fu scritto, sei tutta splendore (cfr. Sal 44, 14); e il tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto empio di Dio. Per questo non poteva conoscere il disfacimento del sepolcro, ma, pur conservando le sue fattezze naturali, doveva trasfigurarsi in luce di incorruttibilità, entrare in una esistenza nuova e gloriosa, godere della piena liberazione e della vita perfetta».

Un altro scrittore antico afferma: «Cristo, nostro salvatore e Dio, donatore della vita e dell'immortalità, fu lui a restituire la vita alla Madre. Fu lui a rendere colei, che l'aveva generato, uguale a se stesso nell'incorruttibilità del corpo, e per sempre. Fu lui a risuscitarla dalla morte e ad accoglierla accanto a sé, attraverso una via che a lui solo è nota».

Tutte queste considerazioni e motivazioni dei santi padri, come pure quelle dei teologi sul medesimo tema, hanno come ultimo fondamento la Sacra Scrittura. Effettivamente la Bibbia ci presenta la santa Madre di Dio strettamente unita al suo Figlio divino e sempre a lui solidale, e compartecipe della sua condizione.

Per quanto riguarda la Tradizione, poi, non va dimenticato che fin dal secondo secolo la Vergine Maria venne presentata dai santi padri come la novella Eva, intimamente unita al nuovo Adamo, sebbene a lui soggetta. Madre e Figlio appaiono sempre associati nella lotta contro il nemico infernale; lotta che, come era stato preannunziato nel protovangelo (cfr. Gn 3, 15), si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte, su quei nemici, cioè, che l'Apostolo delle genti presenta sempre congiunti (cfr. Rm capp. 5 e 6; 1 Cor 15, 21-26; 54-57). Come dunque la gloriosa risurrezione di Cristo fu parte essenziale e il segno finale di questa vittoria, così anche per Maria la comune lotta si doveva concludere con la glorificazione del suo corpo verginale, secondo le affermazioni dell'Apostolo: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria» (1 Cor 15; 54; cfr. Os 13, 14).

In tal modo l'augusta Madre di Dio, arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l'eternità «con uno stesso decreto» di predestinazione, immacolata nella sua concezione, vergine illibata nella sua divina maternità, generosa compagna del divino Redentore, vittorioso sul peccato e sulla morte, alla fine ottenne di coronare le sue grandezze, superando la corruzione del sepolcro. Vinse la morte, come già il suo Figlio, e fu innalzata in anima e corpo alla gloria del cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli.

24 GIUGNO

NATIVITA' DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo  (Disc. 293, 1-3; PL 38, 1327-1328)

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.

Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.

Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola.

Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.

SANTI  PIETRO E PAOLO, APOSTOLI

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l'incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l'intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l'intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell'universalità e dell'unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E' ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un'altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l'incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l'unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell'amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell'amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch'essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione. 

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

TUTTO IL MONDO ATTENDE LA RISPOSTA DI MARIA

(dalle "Omelie sulla Madonna" di San Bernardo, abate)

 

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L'angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l'ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione.

Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. …per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita.

Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch'essi nella regione tenebrosa della morte.

Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.

O Vergine, da' presto la risposta. Rispondi sollecitamente all'angelo, anzi, attraverso l'angelo, al Signore. Rispondi la tua parola, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna.

Perché tardi? perché temi? Credi all'opera del Signore, dà il tuo assenso ad essa, accoglila. Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all'assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.

«Ecco», dice, «sono la serva del Signore,

avvenga di me quello che hai detto»

(Lc 1, 38).

TRANSITO DEL N. S. P. BENEDETTO

 

“Il sesto dì si fece trasportare dai discepoli nell'oratorio, ove si fortificò per il grande passaggio ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore.Sostenendo le sue membra, prive di forze, tra le braccia dei discepoli, in piedi, colle mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l'ultimo respiro.”

S. Gregorio Magno, II Dialoghi, 37.

 

La celebrazione odierna assevera quanto il percorso esistenziale di Benedetto da Norcia ha perseguito nella sua Regola: nulla anteporre a Cristo! Il transito terreno dell’Uomo di Dio Benedetto, ci rinvia al Transitum mari Rubri della Pasqua!

Pasqua, passaggio, transito! Sostantivi che denotano la natura itinerante e precaria del nostro permanere e ci spingono alla dimensione “Altra” dell’esistenza: la vita Eterna, la Pasqua senza tramonto! Quasi un procedere controcorrente rispetto alla mentalità del mondo, che ci dice di permanere e perseverare nella ricerca della felicità qui ed ora!

Perché ricordare la morte di un uomo in un mondo che, sin dal linguaggio della medicina, sembra negare e rimuovere l’evento terreno attraverso cui tutti passiamo? Cosa racconta all’uomo odierno un evento simile? Cosa può dire a quell’uomo che ha una soluzione a tutto e che rimane disarmato quando incontra l’ineludibile?

In verità, questa storia racconta di un uomo, di un sogno e della fede! Un uomo stanco, onusto di anni, come oggi ne potremmo incontrare tanti, e quando non sono gli anni ad aver appesantito l’uomo, è la vita stessa che lo ha lasciato ai margini dell’esistenza! Un uomo che è andato veramente contro la logica di un mondo che faceva e fa differenze tra uomo e uomo, per il quale l’unica differenza che conta è se chi bussa alla sua porta cerca veramente Dio! Quisquis dice Benedetto, “a te, si rivolge il mio discorso, chiunque tu sia”.

Il sogno del primato dell’amore di Dio e del prossimo, che come dice san Gregorio nei dialoghi, porta san Benedetto a poter contemplare il mondo intero “raccolto in un unico raggio di sole” e spiega ancora dicendo: “all’anima che contempla il Creatore, ogni creatura è ben piccola cosa. […] Anzi l'anima del contemplativo si eleva anche al di sopra di se stessa. Rapita nella luce di Dio, si espande interiormente sopra se stessa e quando sollevata in alto riguarda al di sotto di sé, comprende quanto piccolo sia quel che non aveva potuto contemplare dal basso.” La Luce interiore che permette all’uomo di vedere le cose nella giusta dimensione e nella giusta prospettiva, soprattutto oggi, che come nel V secolo, siamo privi di quei punti di riferimento necessari per la nostra realizzazione.

La fede in Dio impernia tutta la sua esistenza, ma non esclude la fiducia nell’uomo e Benedetto ce lo dimostra con le continue attenzioni verso ogni fratello, la “discretio”del capitolo 34, dove si raccomanda di dare a ciascuno secondo il proprio bisogno, tipica della Regola, è tutt’oggi un esempio di grande umanità e non semplice filantropia: si pensi al capitolo 53 come parla dell’accoglienza degli ospiti, oppure al capitolo 36 che tratta dei fratelli infermi, o ancora, ai capitoli che vanno dal 50 al 52 che danno raccomandazioni per i fratelli in viaggio. Ma l’ultimo viaggio ha una configurazione particolare per il grande Patriarca e la disposizione con la quale lo affronta risponde alle domande e ai perché che ci siamo posti: Cristo è l’unico sostegno certo in questo cammino, tanto che dinanzi alla tomba, che ordina di aprire sei giorni prima, va munito “del Corpo e del Sangue del Signore”! e la tomba aperta si rivela essere non il fosso sul quale scende la “notte” della vita, ma la porta da attraversare con serenità così come si è vissuta la vita attraverso la Regola, che come egli stesso dice, altro non è che norma per principianti! E in questa vita, quando non siamo solo o anche dilettanti, siamo certamente principianti!

 

Danilo Mauro Castiglione

Oblato Benedettino Secolare

SANTA FRANCESCA ROMANA

Patrona degli Oblati  Benedettini secolari

 

Dalla «Vita di santa Francesca Romana», scritta da Maria Maddalena di Anguillara, superiora delle Oblate di Tor de` Specchi

(Capp. 6-7; Acta Sanctorum Martii 2, *188-*189)

La pazienza e la carità di santa Francesca

 

Dio mise alla prova la pazienza di Francesca non soltanto nei beni esterni di fortuna, ma volle provarla anche nel suo stesso corpo in molti modi. Soffrì malattie per le quali fu molto tormentata. Però non fu dato mai di osservare in lei alcun moto di impazienza, nessun gesto di contrarietà per cure fastidiose o sbagliate.

Francesca diede esempio di costanza nella morte immatura dei figli, che pure amava con grande tenerezza, adattandosi con serenità al volere divino e ringraziando Dio per quanto le accadeva. Con pari costanza sopportò le lingue dei maldicenti e dei detrattori che sparlavano del suo modo di vivere. Non dimostrò neppur il minimo indizio di avversione per quelle persone che parlavano senza riguardo di lei e delle sue cose, ma ricambio sempre con il bene il male. Anzi pregava continuamente Dio per loro.

Dio l`aveva scelta ad essere santa non per sé sola, ma per far godere anche agli altri i doni ricevuti per la salute e dell`anima e del corpo. Perciò l`aveva dotata di tanta amabilità che chiunque avesse avuto modo di trattare con lei si sentiva istantaneamente preso da amore e stima per la sua persona e diveniva docile ad ogni suo volere.

Nelle sue parole c`era tanta efficacia divina che portava pronto sollievo agli afflitti, calmava gli inquieti, chetava gli adirati, riconciliava i nemici, spegneva vecchi odi e rancori e, spessissimo, impediva vendette, già meditate e preparate.

In una parola, sembrava poter frenare i sentimenti di qualsiasi persona e guidarli dove voleva lei.

Perciò da ogni parte si faceva ricorso a Francesca come a rifugio sicurissimo e nessuno si allontanava da lei senza esser stato consolato, quantunque ella biasimasse liberamente i peccati e stigmatizzasse senza paura tutto ciò che era colpevole e spiacente a Dio.

Imperversavano a Roma diverse malattie, ritenute mortali e contagiose. Ma la santa, disprezzando ogni paura di contagio, non dubitò di mostrare la sua pietà verso i miseri e i bisognosi. Prima li induceva con la sua carità a riconciliarsi con Dio, poi li aiutava amorevolmente ad accettare dalle sue mani ogni malanno, e a sopportarlo per suo amore. Ricordava che Cristo, per primo, aveva sofferto tanti dolori per loro.

Francesca non si accontentava di curare gli infermi che poteva raccogliere in casa sua, ma andava a cercare anche quelli degenti nei loro tuguri e negli ospedali pubblici. Trovatili, dissetava quelli che avevano sete, faceva i letti e fasciava le ferite. Quanto più queste erano maleodoranti e stomachevoli, tanto più le trattava con pietà e con cura. Andando all`ospedale detto Campo Santo, era solita portare con sé cibi e vivande squisite da distribuire fra i più bisognosi; nel ritorno poi portava a casa stracci di vestiti e poveri panni tutti sporchi che ella, lavati e ben ricuciti, come se dovessero servire al Signore stesso, ripiegava con cura e metteva da parte tra profumi.

Per trent`anni Francesca praticò questo servizio agli infermi negli ospedali, mentre ancora abitava nella casa di suo marito, frequentando gli ospedali di Santa Maria e Santa Cecilia in Trastevere, e un altro, quello di Santo Spirito in Sassia e un quarto al Campo Santo. E siccome in questo tempo di contagio non solo era difficile trovare medici che curassero i corpi, ma anche sacerdoti che somministrassero la necessaria medicina alle anime, ella li ricercava e li conduceva a coloro che già erano stati preparati a ricevere i sacramenti della Penitenza e dell`Eucaristia. Per poter fare questo a suo piacimento, con maggior comodità, manteneva a sue spese un sacerdote, il quale, recandosi ai predetti ospedali, visitava i malati da lei indicati.

 

1 novembre TUTTI I SANTI

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E' chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.
Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. 

6 OTTOBRE SAN BRUNO monaco (1030?-1101)

 

Bruno nacque a Colonia, nell'anno 1030ca. Giovanissimo, nel 1045ca. si trasferisce a Reims.  Eccelle negli studi della filosofia e della teologia al punto che Herimann, rettore dell'Università, lo vuole suo successore. Bruno diventa così rettore della scuola di Reims; non ha ancora trent'anni.
Vive in un tempo storico caratterizzato dalle lotte delle investiture, e la nomina di Manasse, che governò la chiesa più da gran signore feudale che da vescovo,  fece abbattere sulla chiesa di Reims una bufera. La lotta contro Manasse durò quattro anni duranti i quali Bruno e i suoi compagni perdono tutto, beni, cariche, uffici e sono costretti all'esilio presso il conte Ebal de Roucy.
A Bruno viene proposta la carica prestigiosa di vescovo di Reims, ma Bruno anela al deserto.
Con sei compagni si reca da Ugo, Vescovo di Grenoble. Ugo ha sognato sette fulgide stelle; erano i sette pellegrini che trovano così il luogo deserto anelato da Bruno: la valle di "Certosa".
Iniziata nel 1084, la prima certosa avrà il nome di Santa Maria di Casalibus, cioè delle capanne.
Nel 1088 Eudes de Chatillon, che è stato alunno di Bruno a Reims, diventa Papa assumendo il nome di Urbano II. Desidera avere al suo fianco una mente eccelsa come Bruno, che nel frattempo vive felice da sei anni nel suo "deserto" di Certosa. Lo vuole a Roma. Bruno lacerato dal distacco non può disobbedirgli, lo raggiunge lasciando Certosa. Ma Urbano II è costretto a fuggire da Roma, Bruno lo segue e nel 1090 si rifugiano in Calabria. Urbano II offrì a Bruno il vescovado di Reggio Calabria, ma egli lo rifiuta. Bruno chiede al Papa di poter tornare alla vita contemplativa.
Urbano II esaudisce il suo desiderio ma deve rimanere in Calabria. La valle di Santa Maria della Torre a 850 metri di altezza si mostra come deserta, boscosa, accetta quindi l'offerta del conte Ruggero, normanno, che gli fa dono di quelle terre.
In quel luogo costruirono la nuova certosa che prenderà il nome da Santa Maria della Torre, la cui chiesa verrà consacrata il 15 agosto del 1094 dal vescovo di Palermo.
L'aspetto dominante del carattere di Bruno è stato il suo desiderio di solitudine; Bruno però non è mai fuggito. Ha rinunciato ad agi ed onori e ha scelto il "deserto" perché lo considerava un mezzo per raggiungere Dio.
Bruno ci fa capire che il deserto non è assenza degli uomini ma presenza di Dio, ovunque noi siamo.
San Bruno muore nel 1101, il 6 ottobre.
 

 

Dalla «Lettera ai suoi figli Certosini» di san Bruno (Nn. 1-3; SC 88, 82-84)

Dai frequenti ed affettuosi rapporti del nostro caro fratello Landowino sono stato informato della vostra fedeltà assoluta alla regola, e dico che ciò vi fa veramente onore. L'anima mia si rallegra nel Signore sapendovi grandemente impegnati a perseguire l'ideale della santità e della perfezione. Ne godo veramente e sono portato a lodare e ringraziare il Signore, e tuttavia sospiro amaramente. Esulto certo, com'è giusto, per la copiosa messe delle vostre virtù, ma sono addolorato e mi vergogno di starmene inerte e pigro nella bruttura dei miei peccati.


Ma voi, o miei carissimi fratelli, gioite per la vostra sorte beata e per la grande abbondanza della grazia di Dio su di voi. Gioite perché siete restati incolumi tra i pericoli d'ogni genere e i naufragi di questo mondo in tempesta. Gioite perché avete raggiunto la sicura quiete nell'oasi più protetta, a cui molti non arrivano, nonostante la loro volontà ed anche i loro sforzi. Molti altri l'hanno bensì raggiunta, ma poi ne furono esclusi, perché a nessuno di essi era stato concesso dall'alto.
Perciò, o miei cari fratelli, sappiate e tenetelo per certo che chiunque ha goduto di questo bene prezioso, qualora dovesse perderlo per qualche motivo, se ne dorrà senza fine, sempre che abbia qualche stima o cura della salvezza dell'anima sua. 
Quanto a voi, carissimi miei fratelli laici, io dico: «L'anima mia magnifica il Signore» (Lc 1, 46), perché vedo la magnificenza della sua misericordia sopra di voi, secondo quanto mi riferisce il vostro priore e padre, che molto vi ama ed è assai fiero e contento di voi.
Esultiamo anche noi, perché interviene Dio stesso a istruirvi, a dispetto della vostra poca familiarità con le lettere. L'Onnipotente scrive con il suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. Dimostrate con le opere ciò che amate e ciò che conoscete.
Infatti quando con ogni assiduità e impegno osservate la vera obbedienza, è chiaro che voi sapete cogliere saggiamente proprio il frutto dolcissimo e vitale della divina Scrittura.
 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

 

Il palazzo del Laterano, proprietà della famiglia imperiale, diventò nel secolo IV abitazione ufficiale del Papa. La basilica adiacente, dedicata al divin Salvatore, fu la prima cattedrale del mondo: vi si celebravano specialmente i battesimi nella notte di Pasqua. Dedicata poi anche ai due santi Giovanni, Battista ed Evangelista, per molto tempo fu considerata la Chiesa-madre di Roma e ospitò le sessioni di cinque grandi Concili ecumenici.

Le Chiese di tutto il mondo, unendosi oggi alla Chiesa di Roma, le riconoscono la « presidenza della carità » di cui parlava già sant’Ignazio di Antiochia. Similmente avviene per la festa della Dedicazione della chiesa cattedrale di ogni diocesi, alla quale sono «legate» tutte le parrocchie e le comunità che ne dipendono. In ogni edificio-chiesa dedicato a Dio si celebra quel «mistero di salvezza» che opera meraviglie in Maria, negli Angeli e nei Santi. Quella di oggi è una festa del «Signore». Il Verbo, facendosi carne, ha piantato la sua tenda fra noi (cf Gv 1,14). Cristo risorto è presente nella sua Chiesa: ne è il Capo. Le chiese in muratura sono un segno di questa presenza di Cristo: è lui che ivi parla, dà se stesso in cibo, presiede la comunità raccolta in preghiera, «rimane» con noi per sempre (SC 7).

Il Cenacolo, le basiliche paleocristiane, le cattedrali del Medioevo, gli edifici sacri del rinascimento o del barocco, le architetture religiose moderne sono sempre «qualificate a dimensione d’uomo»: in ogni tempo la comunità ha proiettato nella struttura dei suoi edifici l’immagine di sé. E non le sono mai mancate le pietre vive per la costruzione del tempio spirituale di cui il Risorto è pietra d’angolo. «Il tempio come figura della Chiesa (cf LG 6) è un richiamo alla comunità e alla comunione. Come un edificio non potrebbe stare in piedi se tutti i materiali di cui è composto non fossero tenuti saldamente insieme in forza dei progetto elaborato dall’architetto ed eseguito dai costruttori, così tutti i membri della Chiesa, «comunità di fede, di speranza e di carità» (LG 8). debbono vivere e operare in una sincera e costante solidarietà e comunione».

 

Meditiamo con i Padri della Chiesa

 

Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo (Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908) 
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo è vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente.
Per la prima nascita noi eravamo coppe dell'ira di Dio; secondo nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se riflettiamo un pò più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio. «Dio non dimora in
templi costruiti dalle mani dell'uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell'anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora.
Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa' piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce delle opere buone, perché sia
glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).

XIII NOVEMBRE TUTTI I SANTI MONACI FESTA

Dal trattato “Contro gli oppositori della vita monastica” San Giovanni Crisostomo.                                                 (Lib. III, 11; PG 47, 366).

 

 

I monaci hanno scelto un genere di vita degno del cielo e tengono una condotta che non è inferiore a quella degli angeli. Fra gli angeli, infatti, non c’è nessuna disuguaglianza: non ci sono alcuni che vivono nella felicità, mentre altri sono immersi in un mare di sofferenza; ma tutti godono della medesima pace, della medesima gioia e della medesima gloria. Così nei cenobi nessuno si lamenta della povertà, nessuno si vanta delle ricchezze, ed è assolutamente bandito quel tuo e quel mio che tutto sconvolge nel turbamento. Tra loro tutto è comune: la mensa, l’alloggio, le vesti. E qual meraviglia quando in tutti vi è un’unica e medesima anima? E la medesima nobiltà che li rende tutti nobili, la medesima servitù che li costituisce servi, la medesima libertà che li rende liberi. Là tutti godono delle uniche ricchezze che sono veramente ricchezze e dell’unica gloria che è veramente gloria. I veri beni essi li possiedono di fatto, non solo di nome. Un solo godimento, un solo desiderio, una sola speranza comune a tutti e ogni cosa è assolutamente ordinata come con una regola e una giusta bilancia.

Nessuna irregolarità, ma invece ordine, bella disposizione, armonia, gran diligenza nel conservare la concordia e materia per una letizia che non viene mai meno. Per questo tutti sono pronti a fare o a subire tutto per poi esultare e godere.

Soltanto là si possono vedere queste cose attuate a perfezione e in nessun’altra parte. Difatti non soltanto essi arrivano a disprezzare tutte le cose presenti, a eliminare ogni causa di rissa e di discordia, sostenuti come sono da una fulgida speranza dei beni futuri, ma sono soliti pure a stimare comune a tutti qualunque cosa di lieto o di triste colpisca ciascuno personalmente. I pesi e le afflizioni, infatti, si sopportano con più facilità, quando sono condivisi da tutti e da ciascuno, per così dire, in egual misura; le occasioni di gioia, invece, si moltiplicano, quando tutti godono non meno dei propri beni e vantaggi che di quelli di tutti gli altri.


Ufficio della Festa di tutti i Santi Monaci secondo il rito Romano